di Alessandro Prisciandaro
Presidente nazionale Apei
Questa mattina mi sono preso il tempo di fare un esercizio semplice, ma necessario: ho cercato in rete, una per una, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in relazione ai numerosi fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno visto giovani e studenti coinvolti in episodi di violenza.
Non per spirito polemico.
Ma per capire che idea di scuola, di educazione e di gioventù emerge oggi dal linguaggio pubblico di chi guida il Ministero dell’Istruzione.
Il quadro che ne esce è coerente, ma profondamente problematico: una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica.
“I giovani risolvono i conti con i coltelli”
Tra le frasi più riprese dai media spicca l’affermazione:
«Sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli».
È una frase che colpisce, ma non educa.
Esprime stupore morale, non comprensione pedagogica. Trasforma un fatto drammatico in una rappresentazione generazionale e sposta l’attenzione dai processi educativi mancati ai comportamenti individuali.
L’educazione serve proprio a insegnare che i conflitti non si “risolvono” con la violenza.
Se oggi accade il contrario, la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani”, ma “dove e come abbiamo smesso di educare”.
Quando il linguaggio istituzionale descrive i ragazzi più che interrogare gli adulti, l’educazione arretra e lascia spazio alla stigmatizzazione.
Sicurezza o educazione?
Un altro asse ricorrente delle dichiarazioni ministeriali è il richiamo alla sicurezza:
«Basta feticismi ideologici: la sicurezza non è repressione».
Il punto, però, non è negare il tema della sicurezza.
Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione.
Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare.
Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa.
Autorità, regole e fraintendimenti educativi
Il richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole è un altro elemento centrale del discorso pubblico:
«Serve rispetto dell’autorità e delle regole».
Ma il rispetto non nasce dall’autorità invocata. Nasce dall’autorità educativa costruita nel tempo, attraverso relazioni significative, coerenza adulta, presenza quotidiana.
Le regole funzionano quando hanno senso.
E il senso non si impone per decreto: si apprende attraverso processi educativi continui.
Parlare di autorità senza parlare di educatori, pedagogisti, tempo educativo e progettazione significa ridurre la scuola a un sistema di controllo, non di formazione.
Educazione alla responsabilità: slogan o politica?
Quando il Ministro afferma che “serve educazione alla responsabilità”, tocca un punto cruciale.
Ma senza politiche coerenti, anche questa affermazione rischia di restare uno slogan.
Educare alla responsabilità significa investire in presenze educative stabili, riconoscere le professionalità educative, lavorare sui contesti e non solo sui singoli.
Senza educatori e pedagogisti strutturalmente presenti nella scuola, l’educazione alla responsabilità resta una formula retorica, buona per i comunicati stampa.
La medicalizzazione del disagio
Un ulteriore elemento critico è la tendenza a trattare il disagio giovanile prevalentemente come questione clinica, attraverso il ricorso crescente a psicologi e interventi specialistici.
È una confusione pericolosa.
Lo psicologo non sostituisce l’educatore.
La scuola non è un ambulatorio.
Il disagio educativo non è sempre una patologia.
Quando il disagio viene medicalizzato:
- il problema viene spostato sull’individuo;
- il contesto viene assolto;
- il lavoro educativo quotidiano, preventivo e relazionale viene cancellato.
Raccontare solo la paura
Infine, colpisce la narrazione complessiva dei giovani che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata soprattutto attraverso la cronaca nera, la violenza, l’incapacità di gestire i conflitti.
È una narrazione che parla alla pancia dei benpensanti, non alla responsabilità educativa del Paese.
Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe saper raccontare anche la gioventù che cresce, che si impegna, che resiste nonostante le assenze educative.
Dovrebbe parlare ai giovani, non solo dei giovani.
Educazione o ordine pubblico?
La violenza giovanile non è, prima di tutto, un problema di ordine pubblico.
È il sintomo di un vuoto educativo strutturale.
Finché l’educazione resterà marginale nel discorso politico, ogni appello alla sicurezza sarà solo la certificazione di un fallimento non riconosciuto.
E quel fallimento non può essere scaricato sui ragazzi.
Rimettere l’educazione al centro non è un’opzione ideologica: è una necessità democratica.Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
329/7309309


La violenza è spesso intergenerazionale. Anche quando un ragazzo nasce e cresce in un contesto in cui vige il silenzio, non avendo facoltà di espressione emotiva, vive nella violenza. L’intervento pedagogico, oltre che psicologico, sarebbe incisivo sia con gli adolescenti che con i genitori, i quali faticano sempre più a mettersi in discussione. Gli interventi da cui partire dovrebbero essere mirati al rispetto, alla costruzione di relazioni affettive sane, alla responsabilizzazione, alla consapevolezza delle conseguenze, all’ascolto dei bisogni, al consenso, alla conoscenza dei vari tipi di violenza, all’espressione delle emozioni, al fornire strumenti e risorse che consentano di poter scegliere comportamenti alternativi alla violenza.
Grazie Maria Elena, il tuo contributo coglie un punto decisivo: la violenza non nasce all’improvviso, ma si trasmette spesso per via intergenerazionale, anche – e forse soprattutto – attraverso il silenzio, l’assenza di parola, la mancata educazione emotiva.
Hai ragione nel sottolineare che l’intervento non può essere solo psicologico o riparativo, ma strutturalmente pedagogico, rivolto tanto agli adolescenti quanto agli adulti di riferimento. È proprio lì che oggi incontriamo la maggiore resistenza: genitori sempre più in difficoltà nel mettersi in discussione e istituzioni che faticano a investire sull’educazione come prevenzione.
I temi che richiami – rispetto, relazioni affettive sane, responsabilità, consenso, consapevolezza delle conseguenze, alfabetizzazione emotiva, possibilità di scelta alternativa alla violenza – sono esattamente il cuore del lavoro educativo, non un suo accessorio.
Ed è per questo che la pedagogia deve tornare ad essere presenza stabile, visibile e riconosciuta nei contesti educativi e sociali, non solo evocata dopo i fatti di cronaca.
Grazie per aver arricchito il dibattito con una riflessione così centrata e concreta.
Un caro saluto
Alessandro Prisciandaro
Condivido pienamente questa analisi, che restituisce con grande lucidità la distanza crescente tra ciò che accade nelle scuole e nelle vite dei ragazzi e il modo in cui la politica continua a raccontarli. Spostare il discorso sul piano della sicurezza o della colpevolizzazione generazionale significa eludere le responsabilità educative della società adulta.
Dal mio lavoro di ricerca emerge con forza un punto che considero decisivo: l’educazione non è mai il compito di un’unica istituzione, ma un processo che coinvolge l’intera società.
Scuola, famiglia, servizi educativi, comuni, comunità locali, media: siamo tutti attori corresponsabili. E quando questi attori non dialogano, quando manca un coordinamento educativo, quando le fragilità vengono delegate o rimbalzate, allora il disagio si amplifica e si trasforma in emergenza.
Ed è qui che vorrei inserire un inciso fondamentale, in pieno accordo con il Presidente APEI.
È urgente che nelle scuole vengano istituite équipe pedagogiche multidisciplinari, stabili, strutturate e riconosciute.
Non si può continuare a rispondere al disagio dei ragazzi con l’invio immediato allo psicologo o con una crescente medicalizzazione, come giustamente sottolineato nell’articolo.
Lo psicologo ha un ruolo importante, ma non può sostituire l’educatore né il pedagogista.
Il disagio educativo non è una patologia: è un segnale, è un bisogno di relazione, di presenza, di orientamento.
L’équipe pedagogica avrebbe invece la funzione (oggi più necessaria che mai )di:
• intercettare precocemente il disagio educativo,
• coordinare i diversi attori educativi,
• rafforzare l’alleanza scuola–famiglia–territorio,
• promuovere una lettura pedagogica dei comportamenti, non clinica né stigmatizzante,
• restituire alla scuola la sua missione originaria: educare, non solo istruire.
Senza questa struttura interna, la scuola continuerà a essere lasciata sola, sbilanciata tra compiti amministrativi e richieste sociali sempre più complesse.
E senza una presenza pedagogica forte e quotidiana, continueremo a rincorrere le emergenze anziché generare processi educativi solidi.
La scuola deve tornare a educare: questo è il punto.
E per farlo servono professionisti dell’educazione stabilmente integrati nel sistema, non interventi episodici o misure straordinarie.
Per questo ritengo fondamentale la linea tracciata in questo articolo:
meno allarmismo, meno securitarismo, meno medicalizzazione.
Quando il linguaggio istituzionale descrive i giovani più per allarme che per comprensione, si perde il senso autentico dell’educare che è un processo lento, complesso e sopratutto relazionale.
Un processo che ha bisogno di adulti competenti, presenti e formati, non di slogan securitari.
La scuola, da sola, non può supplire alla fragilità della famiglia, alla confusione mediatica, alla povertà educativa o all’assenza di politiche strutturali. L’educazione è un bene comune e come tale deve essere costruita in modo, che potremmo definire: corale.
Il richiamo del Presidente APEI è essenziale: spostare il focus dalla paura alla responsabilità collettiva.
Perché la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani?”, ma “dove e come abbiamo smesso, come società, di educare?””Che tipo di civiltà stiamo costruendo?”
Rimettere l’educazione al centro significa allora riconoscere che non esiste cittadinanza, sicurezza né coesione sociale senza una comunità educante consapevole del proprio ruolo educativo.
Ed è proprio in questa direzione che dobbiamo tornare a guardare.
Eleonora Stroppa
Grazie Eleonora, il tuo intervento è di grande spessore e arricchisce in modo decisivo il senso dell’articolo. La chiarezza con cui riporti il tema dalla cronaca all’orizzonte della corresponsabilità educativa è esattamente ciò di cui oggi abbiamo bisogno nel dibattito pubblico.
Hai centrato un nodo fondamentale: l’educazione non è mai un compito delegabile a un’unica istituzione, né tantomeno riducibile a una risposta emergenziale. Quando scuola, famiglia, servizi, territori e media non dialogano, quando manca un coordinamento educativo strutturato, il disagio non viene accolto né compreso, ma rimbalza, si amplifica e diventa “problema”.
Il passaggio sulle équipe pedagogiche multidisciplinari stabili è, a mio avviso, il cuore della proposta. È proprio questa l’assenza strutturale che oggi pesa sulla scuola: non mancano le diagnosi, mancano presenze educative quotidiane, capaci di leggere i comportamenti, intercettare precocemente il disagio, costruire alleanze e restituire senso educativo ai contesti.
Condivido pienamente anche il tuo richiamo critico alla medicalizzazione del disagio educativo. Il disagio non è una patologia da smistare, ma un segnale da comprendere pedagogicamente. Psicologi, educatori e pedagogisti hanno ruoli diversi e complementari, ma non intercambiabili. Quando li confondiamo, perdiamo efficacia e snaturiamo la funzione educativa della scuola.
La tua riflessione ci riporta a una verità semplice e insieme scomoda:
senza una presenza pedagogica forte, stabile e riconosciuta, continueremo a rincorrere emergenze invece di generare processi.
La domanda finale che poni è quella giusta, e dovrebbe interrogare prima di tutto il mondo adulto e le istituzioni: non “cosa fanno i giovani?”, ma dove e come abbiamo smesso, come società, di educare.
Grazie per aver restituito all’educazione la sua dimensione corale, civile e politica, nel senso più alto del termine.
Un caro saluto
Alessandro Prisciandaro
Negli ultimi mesi, il tema della violenza giovanile è tornato con forza al centro del dibattito pubblico, sollecitato da episodi di cronaca che vedono coinvolti adolescenti e studenti. Le dichiarazioni istituzionali rilasciate in risposta a tali eventi non costituiscono soltanto prese di posizione contingenti, ma rappresentano un dispositivo simbolico potente: esse producono senso, orientano l’opinione pubblica e contribuiscono a definire implicitamente cosa si intenda oggi per educazione, scuola e gioventù.
Da una prospettiva pedagogica, l’analisi del linguaggio pubblico non è mai neutra. Il modo in cui si parla dei giovani dice molto del modo in cui una società si assume – o elude – la propria responsabilità educativa.
Espressioni come «sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli» colpiscono per la loro carica emotiva, ma rivelano un approccio prevalentemente moralistico al fenomeno. Lo stupore istituzionale, infatti, non equivale a comprensione pedagogica. Al contrario, esso rischia di cristallizzare il problema in una rappresentazione generazionale, spostando l’attenzione dai processi educativi ai comportamenti individuali.
La pedagogia, al contrario, invita a un cambio di prospettiva: non chiedersi semplicemente “che cosa fanno i giovani”, ma interrogarsi su “dove, come e perché” i dispositivi educativi hanno cessato di funzionare. La violenza non è mai un evento improvviso e isolato, bensì l’esito di traiettorie segnate da assenze, discontinuità, fragilità relazionali e impoverimento dei contesti educativi.
Quando il discorso istituzionale descrive i ragazzi senza interrogare il mondo adulto, la responsabilità educativa viene rimossa e sostituita dalla stigmatizzazione.
Un secondo asse centrale del discorso pubblico è il richiamo alla sicurezza. È indubbio che la tutela dell’incolumità sia un dovere dello Stato; tuttavia, dal punto di vista pedagogico, il problema emerge quando la sicurezza tende progressivamente a occupare lo spazio che dovrebbe spettare all’educazione.
Misure di controllo, dispositivi di sorveglianza e interventi straordinari possono produrre un effetto rassicurante sul piano simbolico, ma non costruiscono competenze emotive, relazionali e sociali. La scuola non è un luogo da presidiare militarmente, bensì un ambiente educativo complesso, fondato su relazioni, tempi distesi e progettualità intenzionali.
Quando la risposta politica alla violenza giovanile si concentra prevalentemente sul piano securitario, ciò segnala che l’educazione è già stata considerata inefficace o residuale. È, in altri termini, la certificazione implicita di una rinuncia educativa.
Il frequente richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole merita una riflessione ulteriore. In pedagogia, l’autorità non è un dato formale né una prerogativa gerarchica: essa è una costruzione relazionale che si fonda sulla credibilità adulta, sulla coerenza educativa e sulla presenza significativa nel tempo.
Le regole non funzionano perché imposte, ma perché comprese. Il loro senso non si decreta, si apprende attraverso esperienze educative continuative, in cui il limite è vissuto come elemento strutturante della relazione e non come mera sanzione.
Parlare di autorità senza parlare di educatori, di tempo educativo, di progettazione pedagogica significa ridurre la scuola a un apparato normativo, svuotandola della sua funzione formativa.
Il tema dell’educazione alla responsabilità rappresenta, almeno sul piano dichiarativo, un punto di convergenza. Tuttavia, in assenza di politiche strutturali, esso rischia di rimanere uno slogan.
Educare alla responsabilità implica investimenti chiari: presenze educative stabili, riconoscimento delle professionalità pedagogiche, lavoro sui contesti e sulle comunità educanti. Senza educatori e pedagogisti inseriti strutturalmente nella scuola, la responsabilità viene caricata esclusivamente sui singoli studenti, trasformandosi in un imperativo morale piuttosto che in un processo formativo.
Un ulteriore nodo critico è la crescente tendenza a interpretare il disagio giovanile prevalentemente in chiave clinica. Il ricorso agli psicologi, pur importante in determinate situazioni, non può sostituire il lavoro educativo quotidiano.
La pedagogia mette in guardia dal rischio di medicalizzazione del disagio: quando ogni difficoltà viene letta come patologia, il problema viene individualizzato, il contesto assolto e l’azione educativa preventiva marginalizzata. La scuola non è un ambulatorio e il disagio educativo non coincide automaticamente con il disagio psicopatologico.
Infine, colpisce la narrazione complessiva della gioventù che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata quasi esclusivamente attraverso la devianza e la violenza. È una rappresentazione che alimenta paura e consenso immediato, ma che non assume la responsabilità di educare lo sguardo collettivo.
Un’istituzione educativa dovrebbe saper raccontare anche le esperienze di crescita, di impegno, di resistenza quotidiana che attraversano il mondo giovanile. Dovrebbe parlare “ai” giovani, non soltanto “dei” giovani.
Da una prospettiva pedagogica, la violenza giovanile non è primariamente un problema di ordine pubblico. È il sintomo di un vuoto educativo strutturale, prodotto da anni di marginalizzazione dell’educazione nel discorso politico.
Rimettere l’educazione al centro non è una scelta ideologica, ma una necessità democratica. Finché la sicurezza continuerà a sostituire l’educazione, ogni intervento resterà emergenziale e ogni appello all’ordine non farà che confermare un fallimento collettivo che non può, né deve, essere scaricato sulle nuove generazioni.
Grazie di cuore Evelyn, il tuo testo è profondo, lucido e attraversato da una vera responsabilità educativa. Si sente chiaramente uno sguardo pedagogico attento ai contesti, alle relazioni e al ruolo del mondo adulto, senza scorciatoie né semplificazioni.
Contributi come il tuo aiutano a tenere il dibattito sul piano giusto: quello dell’educazione come bene comune e responsabilità condivisa. Grazie davvero per averlo messo a disposizione di tutti.
Un caro saluto
Alessandro Prisciandaro
Leggendo l’articolo e i contributi che ne sono seguiti, mi sento di condividere molte delle preoccupazioni pedagogiche espresse, in particolare il rischio di ridurre la violenza giovanile a una lettura moralistica o emergenziale. Tuttavia, credo sia utile aprire uno spazio di riflessione ulteriore, evitando una contrapposizione rigida tra educazione e sicurezza, che rischia a sua volta di semplificare una realtà molto più complessa.
Dal mio punto di vista pedagogico, educazione e sicurezza non sono termini alternativi, né necessariamente antagonisti. Una comunità educativa è tale anche quando è in grado di garantire confini chiari, tutela delle persone e senso di protezione. Il problema non è la presenza delle regole o delle misure di controllo in sé, ma il loro significato educativo e il modo in cui vengono integrate in un progetto più ampio.
In alcuni contesti scolastici e territoriali fortemente fragili, ignorare il tema della sicurezza significa lasciare soli proprio quei ragazzi che più avrebbero bisogno di adulti credibili, capaci di tenere insieme accoglienza e limite. Il limite, se accompagnato da relazione e coerenza, non è repressione: è struttura. E senza struttura, l’educazione rischia di restare un’aspirazione più che una pratica concreta.
Condivido la critica alla medicalizzazione indiscriminata del disagio, così come l’urgenza di riconoscere il ruolo di pedagogisti ed educatori nei contesti scolastici. Allo stesso tempo, credo sia necessario evitare una lettura che assolva completamente il piano della responsabilità individuale o che sposti ogni fallimento educativo esclusivamente sul “sistema adulto” in modo indistinto.
Educare alla responsabilità significa anche aiutare i ragazzi a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni, a confrontarsi con l’errore, con la frustrazione e, quando necessario, con sanzioni che abbiano un senso educativo e non meramente punitivo. In questo senso, la sfida non è scegliere tra educazione o ordine, ma costruire contesti in cui l’ordine sia educativo e l’educazione non rinunci alla chiarezza.
Forse il punto centrale è questo: non serve sostituire un linguaggio securitario con un linguaggio esclusivamente pedagogico, ma costruire un linguaggio adulto, capace di tenere insieme cura, responsabilità, limite e progetto.
Solo così la scuola può tornare a essere non un luogo da presidiare, ma nemmeno uno spazio lasciato senza cornice, bensì una comunità educativa solida, credibile e abitabile per tutti
Il fenomeno della violenza tra i giovani è sempre esistito anche se attualmente si osserva un incremento dei casi, un utilizzo di strumenti “raffinati” differenti ed un abbassamento dell’età.
Casi di bullismo/ciberbullismo, microcriminalità ed aggressioni con armi sono solo alcune delle manifestazioni più evidenti e che trascendono in episodi seri e inarrestabili.
Come si può giungere a tale efferatezza in gesti quotidiani e di fronte ai propri simili?
Vi è un’emergenza educativa, ma sicuramente anche una sociale amplificate dall’ utilizzo delle tecnologie e da forme di relazione/comunicazione tra persone non adeguate e rispettose di regole. Oggi, le amicizie e la vita quotidiana dei giovani sono profondamente cambiate e plasmate dalla comunicazione digitale.
Occorre riflettere molto sulla necessità di creare spazi relazionali più sicuri e ambienti di apprendimento ad hoc nelle scuole e nei contesti formativi per comprendere questa evoluzione ed individuare sia le opportunità sia i rischi che ne derivano.
Pedagogisti, educatori, insegnanti, genitori, psicologi…possono essere tentati di pensare da soli di “conoscere e controllare tutto” in quanto adulti o esperti ma occorre tener presente che i giovani sono loro “gli esperti della propria esperienza” e che dire loro cosa fare/non fare è spesso inefficace per ottenere un cambiamento positivo del comportamento e prevenire comportamenti irresponsabili e gravi.
Ci sono anche altre componenti che dobbiamo considerare – in ambito educativo- oltre le conoscenze: valori e competenze. Queste ultime implicano concetti come prendersi cura, equità, inclusione e una attenta lettura attraverso una bussola etica.
Non concentriamoci solo sugli eventi accaduti ma sulla prevenzione, sul contrasto, sulla possibilità di intercettare le cause e i segnali che preannunciano determinati fenomeni di violenza. Un principio fondamentale, pure espresso nei precedenti commenti come “necessità democratica” sarà quello di costituire gruppi allargati che, interagendo e dialogando, possano condividere progettazioni ed interventi educativi, in modo corale e risolutivo, finalizzati ad una crescita più responsabile e sana delle attuali e future generazioni
Il fenomeno della violenza tra i giovani è sempre esistito anche se attualmente si osserva un incremento dei casi, un utilizzo di strumenti “raffinati” differenti ed un abbassamento dell’età.
Casi di bullismo/ciberbullismo, microcriminalità ed aggressioni con armi sono solo alcune delle manifestazioni più evidenti e che trascendono in episodi seri e inarrestabili.
Come si può giungere a tale efferatezza in gesti quotidiani e di fronte ai propri simili?
Vi è un’emergenza educativa, ma sicuramente anche una sociale amplificate dall’ utilizzo delle tecnologie e da forme di relazione/comunicazione tra persone non adeguate e rispettose di regole. Oggi, le amicizie e la vita quotidiana dei giovani sono profondamente cambiate e plasmate dalla comunicazione digitale.
Occorre riflettere molto sulla necessità di creare spazi relazionali più sicuri e ambienti di apprendimento ad hoc nelle scuole e nei contesti formativi per comprendere questa evoluzione ed individuare sia le opportunità sia i rischi che ne derivano.
Pedagogisti, educatori, insegnanti, genitori, psicologi…possono essere tentati di pensare da soli di “conoscere e controllare tutto” in quanto adulti o esperti ma occorre tener presente che i giovani sono loro “gli esperti della propria esperienza” e che dire loro cosa fare/non fare è spesso inefficace per ottenere un cambiamento positivo del comportamento e prevenire comportamenti irresponsabili e gravi
Ci sono anche altre componenti che dobbiamo considerare -per agire in ambito educativo- oltre le conoscenze: valori e competenze. Queste ultime implicano concetti come prendersi cura, equità, inclusione e una lettura attraverso una bussola etica.
Non concentriamoci solo sugli eventi accaduti ma sulla prevenzione, sul contrasto, sulla possibilità di intercettare le cause e i segnali che preannunciano determinati fenomeni di violenza. Un principio fondamentale, pure espresso nei precedenti commenti come “necessità democratica” sarà quello di costituire gruppi allargati che, interagendo e dialogando, possano condividere interventi e progettazioni educative in modo corale e risolutivo finalizzati ad una crescita più responsabile e sana delle attuali e future generazioni