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Violenza a scuola e crisi educativa: il prezzo del vuoto formativo ed educativo

By Commenti su fatti di attualitàNo Comments

di Assunta Di Basilico

Il recente episodio di violenza avvenuto in un istituto scolastico di Trescore Balneario, sul quale sono ancora in corso gli accertamenti, ha scosso profondamente il Paese e riaperto una domanda che non può più essere elusa: che cosa sta accadendo oggi dentro il mondo giovanile, se anche in età così precoci la rabbia può assumere forme tanto dure e tanto estreme?

Di fronte a fatti di questa gravità, la prima reazione pubblica è spesso quella dell’indignazione, seguita dall’invocazione di norme più severe. Le norme servono, i confini servono, la chiarezza delle conseguenze serve. Ma una riflessione pedagogica seria ha il dovere di dire che la sola punizione non basta. Può contenere il fatto, ma non genera da sola trasformazione interiore. Quando la violenza emerge così presto, il problema non è soltanto disciplinare: è anche educativo, relazionale, simbolico e culturale.

La vera domanda, allora, non è solo come reprimere dopo, ma come prevenire prima. La rabbia dei bambini e degli adolescenti non nasce all’improvviso nel momento in cui esplode. Spesso cresce nel tempo, nel vuoto della parola, nella fragilità dei legami, nella difficoltà a tollerare il limite, nella fatica a riconoscere l’autorità, nella mancanza di luoghi autentici di ascolto, di dialogo e di contenimento educativo.

Quando perfino i più giovani iniziano a esprimere condotte di microcriminalità, sfida o vendetta, non siamo davanti soltanto a singoli episodi: siamo davanti a un segnale che interroga la tenuta complessiva del patto formativo.

Ed è qui che si apre un punto decisivo, troppo spesso aggirato.

La scuola, in molti contesti, rischia di perdere il proprio centro. Non perché manchino formalmente norme, progetti o riferimenti di cittadinanza: l’educazione civica è prevista per legge dal 2019 e, dal 2024, è stata anche accompagnata da nuove linee guida nazionali; inoltre, dal 2024 è intervenuta una riforma che ha inciso anche sulla valutazione del comportamento. Il nodo, però, non è l’esistenza formale degli strumenti. Il nodo è la loro resa sostanziale nella vita quotidiana della scuola.

Quando l’istituzione scolastica viene appesantita da un eccesso di progettualità frammentata, da continue sovrapposizioni organizzative, da un “progettificio” che moltiplica iniziative ma riduce il tempo disteso della relazione educativa, del dialogo, della didattica viva e dell’autorevolezza quotidiana, allora si produce un danno silenzioso ma profondissimo. Non è una critica ai progetti utili in sé. È una riflessione sul rischio che il mezzo occupi il posto del fine.

La scuola non può diventare un contenitore dispersivo di attività che sottraggono respiro alla sua missione essenziale. La sua missione è istruire, formare, educare al pensiero, al linguaggio, al limite, alla convivenza, al rispetto.

Quando il tempo della vera didattica si restringe, quando la relazione educativa si indebolisce, quando l’ordine disciplinare viene percepito come accessorio e non come struttura della crescita, allora la scuola smette gradualmente di essere luogo di orientamento forte e diventa, agli occhi di molti studenti, uno spazio opaco, demotivante, poco significativo. I dati pubblici mostrano che il disagio scolastico non coincide solo con gli episodi estremi.

Nell’anno scolastico 2024/2025, secondo Istat, il 12,3% degli studenti del terzo anno della secondaria di primo grado è a rischio di dispersione implicita; nell’ultimo anno della secondaria di secondo grado la quota è dell’8,7%. Si tratta di indicatori che parlano di fragilità reali nei percorsi di apprendimento e di tenuta educativa, anche quando non sfociano in gesti clamorosi. Per questo il punto non è scegliere tra prevenzione e fermezza.

La vera fermezza educativa nasce proprio dalla prevenzione: da adulti autorevoli, da relazioni continue, da una scuola che torna a parlare con chiarezza, a contenere con coerenza, a educare con presenza. Una scuola meno dispersa e più centrata. Meno affaticata da sovrastrutture e più capace di dedicare tempo alla didattica, alla disciplina giusta, all’ascolto, alla parola, alla corresponsabilità con le famiglie. La generazione precedente, pur con i suoi limiti, ha conosciuto più chiaramente l’idea della scuola come istituzione di formazione.

Oggi molti ragazzi sembrano invece viverla come un obbligo svuotato di significato, un passaggio da subire più che un luogo in cui crescere. Non si tratta di idealizzare il passato né di demonizzare il presente. Si tratta di riconoscere che, se la scuola perde autorevolezza culturale e tempo educativo reale, anche la motivazione degli studenti si indebolisce, e con essa si indebolisce la funzione preventiva dell’istruzione.

Il danno più grave, allora, non è soltanto quello prodotto dai singoli episodi di violenza. Il danno più grave è quello che lentamente colpisce l’istruzione quando essa smarrisce il proprio baricentro pedagogico. Una scuola che non ha più tempo sufficiente per educare davvero, per dialogare davvero, per insegnare davvero, è una scuola esposta a una progressiva perdita di forza formativa.

Ed è proprio qui che occorre intervenire: non soltanto con risposte emergenziali, ma con una restituzione coraggiosa di centralità alla didattica, alla relazione, all’educazione civica vissuta come pratica quotidiana, all’ordine disciplinare giusto, alla presenza adulta e alla prevenzione. Perché la violenza non si contrasta solo quando irrompe. Si contrasta molto prima, nel modo in cui scegliamo di abitare la scuola.

La Giornata dell’Educazione 2026: una celebrazione che nasconde un’inquietante sottrazione di campo professionale

By Editorials by Apei National President3 Comments

La Giornata Internazionale dell’Educazione, celebrata ogni 24 gennaio per volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere il valore dell’educazione come diritto umano fondamentale e motore di pace e sviluppo, quest’anno ha visto una presenza assertiva e sistematica di dichiarazioni e interventi da parte di psicologi e associazioni di psicologia che legano l’educazione alla salute mentale, ampliando così la portata della psicologia ben oltre i confini della disciplina sanitaria.

Nel corso delle ultime settimane, numerose dichiarazioni di professionisti in ambito psicologico – spesso riprese dai media e dalle agenzie di stampa – hanno enfatizzato il ruolo della psicologia come elemento centrale nei processi educativi. Un esempio significativo è l’intervento di Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta, che definisce la Giornata come “una sfida educativa e di salute collettiva”, sostenendo che “il disagio giovanile” attuale sia anche risultato di un “vuoto educativo” che la psicologia potrebbe colmare attraverso competenze emotive e relazionali.

In linea con questa narrazione, emerge una visione in cui l’educazione non è più una sfera di attività e sapere dominata dalla scienza pedagogica, ma viene progressivamente ricodificata come terreno di intervento e competenza psicologica – e più genericamente “salutistico-psicologico”. Tale spostamento, spesso non dichiarato ma implicito, non è un semplice ampliamento interdisciplinare: è un tentativo di ridefinire la proprietas intellectualis dell’educare.

La psicologia, infatti, in quanto professione sanitaria, ha un ruolo imprescindibile nella cura, nella diagnosi e nel trattamento di disagio mentale e disturbi psicologici. Al contrario, la pedagogia è la scienza dell’educazione, con competenze specifiche relative alla progettazione culturale e formativa dei processi di apprendimento, delle relazioni educative e dei sistemi educativi. I professionisti abilitati in questo ambito – gli Educatori Professionali socio-pedagogici (EPsp) e i Pedagogisti – sono formati e regolamentati proprio per queste competenze. Questa distinzione non è mera gerarchia accademica ma fondamento epistemologico di due ordini di sapere e di pratica professionale.

Eppure, osservando l’uso mediatico e istituzionale del linguaggio in occasione della Giornata di quest’anno, sembra che la psicologia stia cercando di legittimarsi come centrale anche nelle narrazioni educative. Dichiarazioni come quella della presidente dell’associazione Iiris si concentrano su concetti quali gentilezza, relazioni ed ascolto – temi certamente rilevanti – ma presentati come se fossero un’esclusiva o un dominio privilegiato della psicologia.

Questa tendenza non è casuale né isolata. L’educazione – in Italia come altrove – si trova in un contesto normativo e sociale in cui sempre più spesso le funzioni educative e formative vengono affidate a figure non specificamente formate in pedagogia. Ad esempio, nei recenti bandi di concorso o nelle procedure di assunzione presso i livelli essenziali di prestazione (LEP), accade che si assumano Assistenti Sociali, Psicologi e EPsp ma non pedagogisti, con l’esplicita giustificazione di mantenere un equilibrio tra competenze diverse. Tuttavia, nella sostanza, il risultato è spesso una prevalenza di psicologia su pedagogia nei ruoli educativi. Questo fenomeno non garantisce maggiore qualità educativa, ma semplifica e uniforma l’educazione alle logiche sanitario-psicologiche, perdendo di vista la specificità pedagogica.

In occasioni come la Giornata Internazionale dell’Educazione, la presenza della psicologia diventa quasi naturale, con dichiarazioni che tendono a enfatizzare la salute mentale, il benessere emotivo e le competenze socio-relazionali come se fossero componenti uniche dell’educazione stessa. Se da un lato non si può negare quanto la psicologia possa contribuire alla riflessione sull’esperienza educativa, dall’altro è evidente che si corre il rischio di offuscare e ridurre il ruolo della pedagogia, che ha una funzione epistemica e metodologica distinta.

La pedagogia non è mai stata solo una disciplina di superficie o un complemento secondario. È la disciplina che storicamente ha studiato, concettualizzato e strutturato i processi educativi, indipendentemente dall’ottica sanitaria o clinica. Privilegiare un’accezione psicologizzata dell’educazione significa normalizzare l’idea che educare sia essenzialmente un atto di cura individuale. Questo ribaltamento epistemico rischia di minare le fondamenta stesse di un sapere educativo che deve essere collettivo, politico, culturale e comunitario.

In conclusione, la Giornata Internazionale dell’Educazione 2026 ha offerto molteplici spunti di riflessione – sull’importanza dell’inclusione, della partecipazione degli studenti, e sulla centralità dei giovani nella co-creazione dei sistemi educativi, temi sottolineati anche da UNESCO – ma ha anche evidenziato una tensione culturale più profonda: quella tra una visione sanitaria-psicologica dell’educazione e una visione pedagogica, strutturale e formativa.

Se non si vuole assistere a un vero e proprio ribaltamento storico e culturale dell’educazione come disciplina e pratica sociale, è urgente riaffermare con forza la centralità scientifica della pedagogia e la legittimità professionale degli educatori e dei pedagogisti come attori principali del campo educativo – senza che la psicologia, pur con il suo valore, ne assuma impropriamente i simboli e le funzioni.

Ped. Alessandro Prisciandaro

Violenza giovanile, cronaca e scuola: quando il linguaggio politico smette di educare

By Editorials by Apei National President9 Comments

di Alessandro Prisciandaro

Presidente nazionale Apei

Questa mattina mi sono preso il tempo di fare un esercizio semplice, ma necessario: ho cercato in rete, una per una, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in relazione ai numerosi fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno visto giovani e studenti coinvolti in episodi di violenza.

Non per spirito polemico.
Ma per capire che idea di scuola, di educazione e di gioventù emerge oggi dal linguaggio pubblico di chi guida il Ministero dell’Istruzione.

Il quadro che ne esce è coerente, ma profondamente problematico: una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica.

“I giovani risolvono i conti con i coltelli”

Tra le frasi più riprese dai media spicca l’affermazione:
«Sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli».

È una frase che colpisce, ma non educa.
Esprime stupore morale, non comprensione pedagogica. Trasforma un fatto drammatico in una rappresentazione generazionale e sposta l’attenzione dai processi educativi mancati ai comportamenti individuali.

L’educazione serve proprio a insegnare che i conflitti non si “risolvono” con la violenza.
Se oggi accade il contrario, la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani”, ma “dove e come abbiamo smesso di educare”.

Quando il linguaggio istituzionale descrive i ragazzi più che interrogare gli adulti, l’educazione arretra e lascia spazio alla stigmatizzazione.

Sicurezza o educazione?

Un altro asse ricorrente delle dichiarazioni ministeriali è il richiamo alla sicurezza:
«Basta feticismi ideologici: la sicurezza non è repressione».

Il punto, però, non è negare il tema della sicurezza.
Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione.

Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare.

Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa.

Autorità, regole e fraintendimenti educativi

Il richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole è un altro elemento centrale del discorso pubblico:
«Serve rispetto dell’autorità e delle regole».

Ma il rispetto non nasce dall’autorità invocata. Nasce dall’autorità educativa costruita nel tempo, attraverso relazioni significative, coerenza adulta, presenza quotidiana.

Le regole funzionano quando hanno senso.
E il senso non si impone per decreto: si apprende attraverso processi educativi continui.

Parlare di autorità senza parlare di educatori, pedagogisti, tempo educativo e progettazione significa ridurre la scuola a un sistema di controllo, non di formazione.

Educazione alla responsabilità: slogan o politica?

Quando il Ministro afferma che “serve educazione alla responsabilità”, tocca un punto cruciale.
Ma senza politiche coerenti, anche questa affermazione rischia di restare uno slogan.

Educare alla responsabilità significa investire in presenze educative stabili, riconoscere le professionalità educative, lavorare sui contesti e non solo sui singoli.
Senza educatori e pedagogisti strutturalmente presenti nella scuola, l’educazione alla responsabilità resta una formula retorica, buona per i comunicati stampa.

La medicalizzazione del disagio

Un ulteriore elemento critico è la tendenza a trattare il disagio giovanile prevalentemente come questione clinica, attraverso il ricorso crescente a psicologi e interventi specialistici.

È una confusione pericolosa.
Lo psicologo non sostituisce l’educatore.
La scuola non è un ambulatorio.
Il disagio educativo non è sempre una patologia.

Quando il disagio viene medicalizzato:

  • il problema viene spostato sull’individuo;
  • il contesto viene assolto;
  • il lavoro educativo quotidiano, preventivo e relazionale viene cancellato.

Raccontare solo la paura

Infine, colpisce la narrazione complessiva dei giovani che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata soprattutto attraverso la cronaca nera, la violenza, l’incapacità di gestire i conflitti.

È una narrazione che parla alla pancia dei benpensanti, non alla responsabilità educativa del Paese.

Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe saper raccontare anche la gioventù che cresce, che si impegna, che resiste nonostante le assenze educative.
Dovrebbe parlare ai giovani, non solo dei giovani.

Educazione o ordine pubblico?

La violenza giovanile non è, prima di tutto, un problema di ordine pubblico.
È il sintomo di un vuoto educativo strutturale.

Finché l’educazione resterà marginale nel discorso politico, ogni appello alla sicurezza sarà solo la certificazione di un fallimento non riconosciuto.
E quel fallimento non può essere scaricato sui ragazzi.

Rimettere l’educazione al centro non è un’opzione ideologica: è una necessità democratica.Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
329/7309309

Pedagogy and Artificial Intelligence: between immediacy and critical reflection

By Editorials by Apei National President52 Comments

Alessandro Prisciandaro, presidente nazionale Apei

L’intelligenza artificiale generativa (IAg) ha reso l’informazione accessibile in modo immediato e capillare. Tuttavia, la velocità con cui le risposte vengono prodotte rischia di sostituire la profondità cognitiva con l’immediatezza. Se, come evidenziato da studi internazionali, solo una minoranza di utenti verifica e confronta le informazioni ricevute da un chatbot, si apre una questione pedagogica cruciale: come evitare che l’automatizzazione del sapere conduca a una riduzione del pensiero critico e alla creazione di soggetti cognitivamente eterodiretti.

Recenti studi (MIT Media Lab, 2024) mostrano che l’uso non guidato dell’IA riduce il coinvolgimento cognitivo e la varietà espressiva dei testi prodotti. Una rassegna sistematica del 2024 conferma che l’over-reliance all’IA può compromettere capacità analitiche e decisionali. Al contempo, istituzioni come UNESCO e OECD hanno richiamato la necessità di sviluppare competenze di AI literacy, fondamentali per integrare pensiero critico, etica e verifica delle fonti nei processi educativi.

Nel luglio 2025, l’Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani (APEI) ha realizzato un questionario online sull’uso dell’IA, che ha raccolto oltre 500 risposte da educatori e pedagogisti in Italia. L’obiettivo era esplorare le pratiche, le percezioni e le esigenze formative della categoria.

– Diffusione: 46% usa l’IA saltuariamente, 22% regolarmente, 27% ne ha sentito parlare ma non la usa, 5% non la conosce.
– Ambiti di utilizzo: scrittura e revisione testi (29%), progettazione educativa (27%), aggiornamenti normativi (25%), nessun uso specifico (29%).
– Progettazione educativa: 36% non l’ha mai usata ma vorrebbe provarla, 30% la usa qualche volta, 22% non la ritiene utile, 12% la usa spesso.
– Efficienza: 38% dichiara risparmio di tempo parziale, 29% significativo, 28% non saprebbe valutare.
– Fiducia: 67% solo dopo verifica, 22% poca, 6% nulla, 5% completa.
– Qualità percepita: 53% vede benefici solo con uso critico, 18% solo in alcuni contesti, 16% indecisi, 13% rischio di banalizzazione.
– Formazione: quasi 80% richiede percorsi mirati (55% se accessibili, 28% assolutamente, 11% non interessati).

L’indagine evidenzia tre aspetti chiave: 

  • la curiosità diffusa ma accompagnata da scarsa fiducia; 
  • il rischio di omologazione educativa derivante dall’uso dell’IA per testi e progetti;
  • una forte domanda formativa che segnala la necessità di linee guida e percorsi pedagogici di accompagnamento. La pedagogia è dunque chiamata a un ruolo attivo: non subire l’IA, ma integrarla criticamente per stimolare riflessione, autonomia e pluralità delle fonti.

L’IA generativa non sostituirà l’educatore, ma rischia di creare una cultura pedagogica omologata. La pedagogia deve insegnare a utilizzare l’IA senza subirla, promuovendo lentezza del pensiero, confronto tra pari e spirito critico. In questo senso, la pedagogia rappresenta una garanzia per la democrazia e per la formazione di cittadini capaci di discernimento, non di mera accettazione passiva.