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Test, relazione educativa e formazione del pedagogista:

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una riflessione critica sull’orientamento valutativo nei percorsi professionalizzanti

Negli ultimi anni si assiste a una crescente diffusione di corsi di “strumenti di valutazione pedagogica” centrati prevalentemente sull’apprendimento e sull’utilizzo di test standardizzati. Tale tendenza merita una riflessione approfondita, non tanto per negare la legittimità degli strumenti valutativi, quanto per interrogarsi sul loro statuto epistemologico all’interno della scienza pedagogica.

La pedagogia non è una disciplina ancillare della psicometria. È scienza teorico-pratica dell’educazione, fondata su un impianto epistemologico che integra dimensione relazionale, progettuale, etica e sociale. La riduzione della formazione del pedagogista all’acquisizione di batterie testistiche comporta il rischio di uno slittamento disciplinare: dalla pedagogia come scienza della relazione e della progettazione educativa alla pedagogia come mera tecnica di misurazione.

Il problema non è l’esistenza dei test, ma la loro centralità paradigmatica.

La valutazione pedagogica, nel suo senso proprio, non coincide con la somministrazione di strumenti standardizzati. Essa si fonda su osservazione sistematica, analisi contestuale, interpretazione qualitativa dei processi educativi, costruzione di significati condivisi e progettazione trasformativa.

Il pedagogista esercita funzioni di coordinamento, consulenza e supervisione pedagogica con autonomia scientifica e responsabilità deontologica. La sua azione è rivolta alla progettazione, gestione e valutazione di interventi educativi complessi, non alla mera classificazione di performance individuali.

Quando la formazione privilegia il testing rispetto alla relazione educativa, si produce uno squilibrio tra dimensione tecnica e dimensione etico-progettuale della professione.

Un ulteriore nodo critico riguarda la sovrapposizione di competenze tra ambiti disciplinari. La costruzione, validazione e interpretazione clinica dei test rientra storicamente nell’area psicologica. Il pedagogista può utilizzare strumenti valutativi come supporto alla progettazione educativa, ma non può essere formato come “tecnico del test” in senso clinico-diagnostico.

Se un corso presenta la valutazione pedagogica quasi esclusivamente come addestramento alla somministrazione di strumenti standardizzati, si rischiano confusione identitaria, indebita traslazione di competenze e marginalizzazione della dimensione relazionale.

La pedagogia, infatti, non misura l’individuo: accompagna processi di sviluppo, interpreta contesti, costruisce traiettorie educative.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la struttura didattica di alcuni percorsi, talvolta organizzati attorno a un unico docente, coincidente anche con il soggetto promotore e gestore economico dell’iniziativa. In ambito scientifico, la pluralità dei docenti rappresenta una garanzia metodologica. La pedagogia è disciplina plurale: integra contributi filosofici, sociologici, psicologici, giuridici, antropologici. Un corso strutturato in forma monocentrica rischia di limitare il confronto critico e ridurre la pluralità epistemologica.

La domanda decisiva è dunque: quale figura professionale si intende formare?

Un pedagogista è chiamato a leggere i contesti educativi, coordinare équipe multidisciplinari, costruire progetti educativi personalizzati, esercitare supervisione pedagogica e operare nei diversi ambiti socio-educativi e formativi. La competenza relazionale, la capacità di analisi sistemica e la progettazione educativa costituiscono il cuore della professione.

I test possono rappresentare strumenti integrativi. Non possono diventare l’asse portante dell’identità professionale.

La relazione educativa non è un accessorio metodologico: è il fondamento ontologico dell’azione pedagogica.

Non si tratta di opporre test e relazione, ma di ristabilire un corretto equilibrio epistemologico. Una formazione pedagogica rigorosa dovrebbe collocare gli strumenti valutativi dentro una cornice teorica chiara, distinguere nettamente tra uso educativo e uso clinico dei test, valorizzare l’osservazione, la progettazione e la supervisione, garantire pluralità scientifica e trasparenza organizzativa.

In una fase storica in cui la professione pedagogica sta consolidando la propria identità ordinistica e istituzionale, la qualità dei percorsi formativi assume un valore strategico. La pedagogia non può essere ridotta a tecnica di misurazione, né trasformata in mercato di strumenti.

La sfida contemporanea è più alta: riaffermare la centralità della relazione educativa come spazio di costruzione di senso, di sviluppo umano e di attuazione concreta dei principi costituzionali di dignità, eguaglianza e promozione della persona.

Solo in questa prospettiva la valutazione pedagogica potrà essere davvero tale: non un atto di classificazione, ma un atto di responsabilità educativa.


Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI


Il dibattito è aperto.
Invito colleghe, colleghi, formatori e istituzioni accademiche a intervenire con contributi critici, osservazioni e proposte operative, affinché la costruzione dell’identità professionale pedagogica sia frutto di confronto scientifico serio e non di semplificazioni tecnicistiche.

I commenti e i contributi possono essere inviati alla redazione per un eventuale spazio di replica e approfondimento nel prossimo numero.

Ordine dei pedagogisti e degli educatori: perché il DDL 1712 rischia di complicare l’attuazione della Legge 55/2024

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L’entrata in vigore della Legge 15 aprile 2024, n. 55 ha segnato una svolta storica: per la prima volta le professioni educative e pedagogiche sono state ricondotte a un ordinamento unitario, con l’istituzione degli albi e dell’Ordine delle professioni pedagogiche ed educative. Un passaggio atteso da anni da migliaia di educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti.

A quasi due anni dall’approvazione, tuttavia, il percorso attuativo non è ancora giunto alla piena operatività. In questo contesto si inserisce il DDL 1712/2025, attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato, che dichiara l’obiettivo di “sbloccare” la fase transitoria. Ma il testo solleva interrogativi rilevanti sul piano organizzativo, identitario e democratico.


Un albo unico… ma diviso

La Legge 55/2024 aveva previsto due albi distinti (pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici) all’interno di un unico Ordine.

Il DDL 1712 propone invece un albo strutturato in sezioni e sottosezioni, distinguendo tra:

  • educatore professionale socio-pedagogico;
  • educatore dei servizi educativi dell’infanzia;
  • pedagogista.

Il rischio è quello di mantenere una distinzione formale tra educatori che operano in ambiti differenti, con possibili ricadute sulla mobilità professionale e sull’unitarietà della figura educativa. In concreto, si potrebbe creare una segmentazione che non risponde a una visione organica della professione, ma a una logica meramente classificatoria.

Nel sistema integrato 0-6, disciplinato dal Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 65, la coerenza delle competenze educative rappresenta un elemento strategico. Introdurre nuove distinzioni potrebbe generare incertezza interpretativa nei territori.


Governance regionale: il rischio di ingovernabilità

Un secondo nodo riguarda il sistema elettorale dei Consigli regionali dell’Ordine.

Il testo prevede liste, ma con voto su preferenze individuali limitate. Questo meccanismo potrebbe produrre consigli frammentati, con maggioranze instabili e difficoltà decisionali. Per una professione che sta costruendo ora la propria architettura ordinistica, la stabilità degli organi è un elemento essenziale.

Al contrario, sul piano nazionale il sistema ipotizzato rischia l’effetto opposto: concentrazione del potere nella lista vincente e riduzione del pluralismo interno.

Il paradosso è evidente: frammentazione a livello regionale, accentramento a livello nazionale.


La fase transitoria: una duplicazione che rallenta

Uno degli aspetti più delicati riguarda la gestione della fase transitoria.

La Legge 55/2024 aveva previsto commissari nominati dai Presidenti dei Tribunali per la formazione degli albi e l’avvio delle elezioni.

Il DDL 1712 introduce invece una commissione ministeriale di 30 membri con poteri estesi, inclusa la verifica dei requisiti degli iscritti già esaminati in sede territoriale.

Questo comporta:

  • duplicazione delle verifiche;
  • allungamento dei tempi;
  • possibile sovrapposizione di funzioni tra organi tecnici e funzioni tipicamente elettive.

In un momento in cui migliaia di professionisti attendono l’operatività piena dell’Ordine, ogni ulteriore passaggio rischia di tradursi in un rinvio.


Una professione strategica per scuola e welfare

Il dibattito non è solo ordinistico. Riguarda il ruolo delle professioni educative nel sistema Paese.

Educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti operano:

  • nei servizi 0-6;
  • nei contesti scolastici;
  • nei servizi sociali e socio-sanitari;
  • nei progetti PNRR e negli Ambiti Territoriali Sociali.

La Legge 55/2024 aveva dato una cornice giuridica stabile a queste professionalità. L’obiettivo ora dovrebbe essere rendere operativa quella cornice, non modificarne l’assetto con soluzioni che rischiano di riaprire il confronto identitario.


La questione centrale: attuare o riscrivere?

La domanda che il legislatore è chiamato a porsi è semplice: serve davvero una riscrittura così ampia, o basterebbe completare l’attuazione della normativa vigente con il regolamento elettorale?

L’Ordine delle professioni pedagogiche ed educative rappresenta una conquista per il sistema educativo italiano. La priorità oggi dovrebbe essere garantire tempi certi, chiarezza normativa e stabilità istituzionale.

Il mondo della scuola e dei servizi educativi osserva con attenzione. Perché dietro le norme non ci sono solo assetti organizzativi, ma professionisti che quotidianamente operano per l’attuazione concreta dei principi costituzionali di uguaglianza, inclusione e diritto all’educazione.


Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI
329/7309309
ordine.professionale@apei.it

ASACOM tra pedagogia e diritto: una professione educativa finalmente riconosciuta 

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Di Alessandro Prisciandaro

ASACOM tra pedagogia e diritto: una professione educativa finalmente riconosciuta 

Di Alessandro Prisciandaro 

Il contributo dell’APEI alla ridefinizione pedagogica della figura 

Il recente DDL unificato nn. 236, 793 e 1141-A, approvato dal Senato e in attesa di esame definitivo alla Camera, rappresenta un passaggio rilevante non solo sul piano normativo, ma soprattutto sul piano culturale e pedagogico
Per la prima volta, la figura dell’Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione (ASACOM) viene riconosciuta in modo esplicito come professione educativa, inserita a pieno titolo nel sistema dell’inclusione scolastica. 

Si tratta di un esito tutt’altro che scontato, frutto di un lungo lavoro di elaborazione, confronto e pressione culturale portato avanti, negli anni, dall’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (APEI), che ha costantemente denunciato il rischio di una riduzione dell’ASACOM a funzione tecnica, ausiliaria o meramente assistenziale. 

Oltre l’assistenza: l’ASACOM come figura pedagogica 

Dal punto di vista pedagogico, il nodo centrale è chiaro: 
l’inclusione non è una prestazione, ma un processo educativo

Il DDL interviene sull’art. 3 del D.Lgs. 66/2017, qualificando l’ASACOM come operatore socio-educativo che agisce nei contesti scolastici a supporto: 

  • dell’autonomia personale e sociale; 
  • della comunicazione; 
  • delle relazioni educative; 
  • della partecipazione ai contesti di apprendimento. 

Questa definizione recepisce una lettura pedagogica dell’inclusione, coerente con le scienze dell’educazione: l’ASACOM non “fa al posto di”, ma educa all’autonomia, non sostituisce, ma media, non controlla, ma accompagna

È una figura che lavora sul contesto, sulle relazioni, sulla progettazione educativa, in stretto raccordo con il Piano Educativo Individualizzato (PEI)

Il contributo dell’APEI: riportare l’educazione al centro 

Da anni l’APEI sostiene una posizione netta: 
l’ASACOM è, prima di tutto, un professionista dell’educazione

In un panorama segnato da: 

  • proliferazione di corsi brevi; 
  • titoli eterogenei; 
  • inquadramenti contrattuali disomogenei; 
  • letture sanitarizzanti o assistenzialistiche della disabilità, 

l’APEI ha lavorato per riaffermare che l’inclusione scolastica è un fatto pedagogico, e che le competenze richieste all’ASACOM non possono essere improvvisate né ridotte a mere abilità operative. 

Questo lavoro culturale ha trovato progressivamente ascolto nel legislatore, fino a riflettersi nell’attuale impianto normativo. 

Il dato giuridico come riconoscimento della pedagogia 

Dal punto di vista tecnico-giuridico, il passaggio decisivo è il rinvio espresso alla qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, disciplinata da: 

  • art. 1, commi 594-599, L. 205/2017
  • art. 14, D.Lgs. 65/2017
  • art. 4, L. 55/2024

Tale qualifica si consegue tramite la laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione (L-19)

Questo dato non è meramente formale: 
è il riconoscimento normativo di una verità pedagogica più profonda, ossia che le competenze educative richieste all’ASACOM sono competenze complesse, che si costruiscono attraverso una formazione universitaria strutturata, fondata su: 

  • pedagogia generale e speciale; 
  • didattica inclusiva; 
  • psicologia dello sviluppo; 
  • progettazione educativa; 
  • lavoro di rete e di comunità. 

Canali transitori e gerarchia pedagogica dei titoli 

Il legislatore ha previsto, legittimamente, canali transitori (diplomi, corsi regionali, esperienza pregressa), a tutela dei lavoratori già impiegati. 
Tuttavia, la direzione è chiara: la formazione pedagogica universitaria rappresenta il riferimento strutturale e prospettico della professione. 

Dal punto di vista pedagogico, questo significa riconoscere una gerarchia dei saperi

  • l’esperienza è preziosa; 
  • la formazione è indispensabile; 
  • la pedagogia è il quadro di senso che rende l’esperienza educativa e non casuale. 

Inclusione, progetto di vita e responsabilità educativa 

Un ulteriore elemento di rilievo, spesso trascurato, è il collegamento introdotto dal DDL con il progetto di vita della persona con disabilità (D.Lgs. 62/2024). 
Anche qui emerge con forza il profilo educativo dell’ASACOM, chiamato a operare non in modo episodico, ma all’interno di una traiettoria di sviluppo, che attraversa scuola, famiglia, servizi e territorio. 

Questo rafforza la lettura pedagogica sostenuta dall’APEI: l’ASACOM non è una figura “a ore”, ma un professionista della relazione educativa, con responsabilità etiche e progettuali. 

Conclusioni: una conquista pedagogica prima che normativa 

Il DDL unificato sugli ASACOM rappresenta una conquista pedagogica prima ancora che giuridica
Esso recepisce, almeno in parte, una visione dell’inclusione come processo educativo complesso, che richiede professionisti formati, riconosciuti e tutelati. 

Il ruolo svolto dall’APEI in questo percorso è stato determinante: tenere ferma la barra sull’educazione, anche quando il contesto spingeva verso semplificazioni e scorciatoie. 

Per Quaderni di Pedagogia e Prassi Educative, questo passaggio normativo costituisce un caso esemplare di come la pedagogia possa e debba incidere sulle politiche pubbliche, orientando il diritto verso una maggiore coerenza con i bisogni educativi reali delle persone e delle comunità.

Quando il silenzio vince sul gioco: il caso dell’oratorio di Palermo e la sfida delle comunità educanti

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Quando il silenzio vince sul gioco: il caso dell’oratorio di Palermo e la sfida delle comunità educanti

Il Tribunale di Palermo ha condannato una parrocchia a risarcire alcuni residenti perché le attività dell’oratorio producevano “eccessivo rumore”. Bambini che giocano nel cortile, ragazzi che ridono, palloni che rimbalzano. Troppo, secondo la sentenza, per il diritto alla quiete di chi abita accanto.

La decisione ha suscitato stupore e reazioni contrastanti. Non tanto per il principio giuridico in sé – il diritto al riposo e alla salute è pienamente legittimo e tutelato – quanto per la domanda più ampia che inevitabilmente pone: che cosa accade alla vita di un quartiere quando il gioco dei bambini diventa un problema da tribunale?

Gli oratori, soprattutto in contesti urbani complessi come molti quartieri delle città del Sud, rappresentano da decenni un presidio educativo informale essenziale. Non sono solo spazi ricreativi, ma luoghi di prevenzione sociale, di relazione, di accompagnamento educativo. Per molti ragazzi, in particolare quelli che crescono in famiglie fragili o in territori poveri di servizi, il cortile dell’oratorio è l’unica alternativa reale alla strada, all’isolamento domestico o a una socialità interamente digitale.

Far giocare i ragazzi non è un’attività neutra. È educazione. È costruzione di regole, di rispetto reciproco, di appartenenza. È rumore, certo. Ma è il rumore della vita che cresce, non quello del degrado.

Dall’altra parte, è altrettanto vero che nessuno può essere costretto a vivere in un contesto costantemente disturbato. Il punto, allora, non è contrapporre diritti, ma trovare un equilibrio. Il rischio, altrimenti, è che la tutela della quiete finisca per produrre un effetto collaterale grave: l’espulsione progressiva dei bambini e degli adolescenti dagli spazi di prossimità.

Negli ultimi anni abbiamo già allontanato il gioco dalle strade, poi dai cortili condominiali, spesso dai parchi. Ora rischiamo di ridurlo anche negli oratori. Ma il gioco non scompare: semplicemente si sposta, spesso in contesti meno protetti, meno educativi, più problematici.

Una comunità educante non è una comunità silenziosa. È una comunità che regola, media, organizza, responsabilizza. Non che rimuove. Il rumore dei bambini non è solo un fastidio da contenere: è un indicatore di vitalità sociale. Dove non si sente più, qualcosa si è già incrinato.

Il caso di Palermo ci interroga, dunque, non solo sul piano giuridico, ma su quello culturale e politico: quale idea di città vogliamo costruire? Una città ordinata ma muta, o una città viva, capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità collettive?

Forse la vera sfida non è scegliere tra silenzio ed educazione, ma investire seriamente in spazi, mediazioni e politiche di prossimità che rendano possibile la convivenza. Perché un quartiere senza risate di bambini può apparire più tranquillo. Ma è quasi sempre più fragile, più solo, più povero di futuro.

La Giornata dell’Educazione 2026: una celebrazione che nasconde un’inquietante sottrazione di campo professionale

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La Giornata Internazionale dell’Educazione, celebrata ogni 24 gennaio per volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere il valore dell’educazione come diritto umano fondamentale e motore di pace e sviluppo, quest’anno ha visto una presenza assertiva e sistematica di dichiarazioni e interventi da parte di psicologi e associazioni di psicologia che legano l’educazione alla salute mentale, ampliando così la portata della psicologia ben oltre i confini della disciplina sanitaria.

Nel corso delle ultime settimane, numerose dichiarazioni di professionisti in ambito psicologico – spesso riprese dai media e dalle agenzie di stampa – hanno enfatizzato il ruolo della psicologia come elemento centrale nei processi educativi. Un esempio significativo è l’intervento di Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta, che definisce la Giornata come “una sfida educativa e di salute collettiva”, sostenendo che “il disagio giovanile” attuale sia anche risultato di un “vuoto educativo” che la psicologia potrebbe colmare attraverso competenze emotive e relazionali.

In linea con questa narrazione, emerge una visione in cui l’educazione non è più una sfera di attività e sapere dominata dalla scienza pedagogica, ma viene progressivamente ricodificata come terreno di intervento e competenza psicologica – e più genericamente “salutistico-psicologico”. Tale spostamento, spesso non dichiarato ma implicito, non è un semplice ampliamento interdisciplinare: è un tentativo di ridefinire la proprietas intellectualis dell’educare.

La psicologia, infatti, in quanto professione sanitaria, ha un ruolo imprescindibile nella cura, nella diagnosi e nel trattamento di disagio mentale e disturbi psicologici. Al contrario, la pedagogia è la scienza dell’educazione, con competenze specifiche relative alla progettazione culturale e formativa dei processi di apprendimento, delle relazioni educative e dei sistemi educativi. I professionisti abilitati in questo ambito – gli Educatori Professionali socio-pedagogici (EPsp) e i Pedagogisti – sono formati e regolamentati proprio per queste competenze. Questa distinzione non è mera gerarchia accademica ma fondamento epistemologico di due ordini di sapere e di pratica professionale.

Eppure, osservando l’uso mediatico e istituzionale del linguaggio in occasione della Giornata di quest’anno, sembra che la psicologia stia cercando di legittimarsi come centrale anche nelle narrazioni educative. Dichiarazioni come quella della presidente dell’associazione Iiris si concentrano su concetti quali gentilezza, relazioni ed ascolto – temi certamente rilevanti – ma presentati come se fossero un’esclusiva o un dominio privilegiato della psicologia.

Questa tendenza non è casuale né isolata. L’educazione – in Italia come altrove – si trova in un contesto normativo e sociale in cui sempre più spesso le funzioni educative e formative vengono affidate a figure non specificamente formate in pedagogia. Ad esempio, nei recenti bandi di concorso o nelle procedure di assunzione presso i livelli essenziali di prestazione (LEP), accade che si assumano Assistenti Sociali, Psicologi e EPsp ma non pedagogisti, con l’esplicita giustificazione di mantenere un equilibrio tra competenze diverse. Tuttavia, nella sostanza, il risultato è spesso una prevalenza di psicologia su pedagogia nei ruoli educativi. Questo fenomeno non garantisce maggiore qualità educativa, ma semplifica e uniforma l’educazione alle logiche sanitario-psicologiche, perdendo di vista la specificità pedagogica.

In occasioni come la Giornata Internazionale dell’Educazione, la presenza della psicologia diventa quasi naturale, con dichiarazioni che tendono a enfatizzare la salute mentale, il benessere emotivo e le competenze socio-relazionali come se fossero componenti uniche dell’educazione stessa. Se da un lato non si può negare quanto la psicologia possa contribuire alla riflessione sull’esperienza educativa, dall’altro è evidente che si corre il rischio di offuscare e ridurre il ruolo della pedagogia, che ha una funzione epistemica e metodologica distinta.

La pedagogia non è mai stata solo una disciplina di superficie o un complemento secondario. È la disciplina che storicamente ha studiato, concettualizzato e strutturato i processi educativi, indipendentemente dall’ottica sanitaria o clinica. Privilegiare un’accezione psicologizzata dell’educazione significa normalizzare l’idea che educare sia essenzialmente un atto di cura individuale. Questo ribaltamento epistemico rischia di minare le fondamenta stesse di un sapere educativo che deve essere collettivo, politico, culturale e comunitario.

In conclusione, la Giornata Internazionale dell’Educazione 2026 ha offerto molteplici spunti di riflessione – sull’importanza dell’inclusione, della partecipazione degli studenti, e sulla centralità dei giovani nella co-creazione dei sistemi educativi, temi sottolineati anche da UNESCO – ma ha anche evidenziato una tensione culturale più profonda: quella tra una visione sanitaria-psicologica dell’educazione e una visione pedagogica, strutturale e formativa.

Se non si vuole assistere a un vero e proprio ribaltamento storico e culturale dell’educazione come disciplina e pratica sociale, è urgente riaffermare con forza la centralità scientifica della pedagogia e la legittimità professionale degli educatori e dei pedagogisti come attori principali del campo educativo – senza che la psicologia, pur con il suo valore, ne assuma impropriamente i simboli e le funzioni.

Ped. Alessandro Prisciandaro