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Editorials by Apei National President

La Giornata dell’Educazione 2026: una celebrazione che nasconde un’inquietante sottrazione di campo professionale

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La Giornata Internazionale dell’Educazione, celebrata ogni 24 gennaio per volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere il valore dell’educazione come diritto umano fondamentale e motore di pace e sviluppo, quest’anno ha visto una presenza assertiva e sistematica di dichiarazioni e interventi da parte di psicologi e associazioni di psicologia che legano l’educazione alla salute mentale, ampliando così la portata della psicologia ben oltre i confini della disciplina sanitaria.

Nel corso delle ultime settimane, numerose dichiarazioni di professionisti in ambito psicologico – spesso riprese dai media e dalle agenzie di stampa – hanno enfatizzato il ruolo della psicologia come elemento centrale nei processi educativi. Un esempio significativo è l’intervento di Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta, che definisce la Giornata come “una sfida educativa e di salute collettiva”, sostenendo che “il disagio giovanile” attuale sia anche risultato di un “vuoto educativo” che la psicologia potrebbe colmare attraverso competenze emotive e relazionali.

In linea con questa narrazione, emerge una visione in cui l’educazione non è più una sfera di attività e sapere dominata dalla scienza pedagogica, ma viene progressivamente ricodificata come terreno di intervento e competenza psicologica – e più genericamente “salutistico-psicologico”. Tale spostamento, spesso non dichiarato ma implicito, non è un semplice ampliamento interdisciplinare: è un tentativo di ridefinire la proprietas intellectualis dell’educare.

La psicologia, infatti, in quanto professione sanitaria, ha un ruolo imprescindibile nella cura, nella diagnosi e nel trattamento di disagio mentale e disturbi psicologici. Al contrario, la pedagogia è la scienza dell’educazione, con competenze specifiche relative alla progettazione culturale e formativa dei processi di apprendimento, delle relazioni educative e dei sistemi educativi. I professionisti abilitati in questo ambito – gli Educatori Professionali socio-pedagogici (EPsp) e i Pedagogisti – sono formati e regolamentati proprio per queste competenze. Questa distinzione non è mera gerarchia accademica ma fondamento epistemologico di due ordini di sapere e di pratica professionale.

Eppure, osservando l’uso mediatico e istituzionale del linguaggio in occasione della Giornata di quest’anno, sembra che la psicologia stia cercando di legittimarsi come centrale anche nelle narrazioni educative. Dichiarazioni come quella della presidente dell’associazione Iiris si concentrano su concetti quali gentilezza, relazioni ed ascolto – temi certamente rilevanti – ma presentati come se fossero un’esclusiva o un dominio privilegiato della psicologia.

Questa tendenza non è casuale né isolata. L’educazione – in Italia come altrove – si trova in un contesto normativo e sociale in cui sempre più spesso le funzioni educative e formative vengono affidate a figure non specificamente formate in pedagogia. Ad esempio, nei recenti bandi di concorso o nelle procedure di assunzione presso i livelli essenziali di prestazione (LEP), accade che si assumano Assistenti Sociali, Psicologi e EPsp ma non pedagogisti, con l’esplicita giustificazione di mantenere un equilibrio tra competenze diverse. Tuttavia, nella sostanza, il risultato è spesso una prevalenza di psicologia su pedagogia nei ruoli educativi. Questo fenomeno non garantisce maggiore qualità educativa, ma semplifica e uniforma l’educazione alle logiche sanitario-psicologiche, perdendo di vista la specificità pedagogica.

In occasioni come la Giornata Internazionale dell’Educazione, la presenza della psicologia diventa quasi naturale, con dichiarazioni che tendono a enfatizzare la salute mentale, il benessere emotivo e le competenze socio-relazionali come se fossero componenti uniche dell’educazione stessa. Se da un lato non si può negare quanto la psicologia possa contribuire alla riflessione sull’esperienza educativa, dall’altro è evidente che si corre il rischio di offuscare e ridurre il ruolo della pedagogia, che ha una funzione epistemica e metodologica distinta.

La pedagogia non è mai stata solo una disciplina di superficie o un complemento secondario. È la disciplina che storicamente ha studiato, concettualizzato e strutturato i processi educativi, indipendentemente dall’ottica sanitaria o clinica. Privilegiare un’accezione psicologizzata dell’educazione significa normalizzare l’idea che educare sia essenzialmente un atto di cura individuale. Questo ribaltamento epistemico rischia di minare le fondamenta stesse di un sapere educativo che deve essere collettivo, politico, culturale e comunitario.

In conclusione, la Giornata Internazionale dell’Educazione 2026 ha offerto molteplici spunti di riflessione – sull’importanza dell’inclusione, della partecipazione degli studenti, e sulla centralità dei giovani nella co-creazione dei sistemi educativi, temi sottolineati anche da UNESCO – ma ha anche evidenziato una tensione culturale più profonda: quella tra una visione sanitaria-psicologica dell’educazione e una visione pedagogica, strutturale e formativa.

Se non si vuole assistere a un vero e proprio ribaltamento storico e culturale dell’educazione come disciplina e pratica sociale, è urgente riaffermare con forza la centralità scientifica della pedagogia e la legittimità professionale degli educatori e dei pedagogisti come attori principali del campo educativo – senza che la psicologia, pur con il suo valore, ne assuma impropriamente i simboli e le funzioni.

Ped. Alessandro Prisciandaro

Violenza giovanile, cronaca e scuola: quando il linguaggio politico smette di educare

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di Alessandro Prisciandaro

Presidente nazionale Apei

Questa mattina mi sono preso il tempo di fare un esercizio semplice, ma necessario: ho cercato in rete, una per una, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in relazione ai numerosi fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno visto giovani e studenti coinvolti in episodi di violenza.

Non per spirito polemico.
Ma per capire che idea di scuola, di educazione e di gioventù emerge oggi dal linguaggio pubblico di chi guida il Ministero dell’Istruzione.

Il quadro che ne esce è coerente, ma profondamente problematico: una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica.

“I giovani risolvono i conti con i coltelli”

Tra le frasi più riprese dai media spicca l’affermazione:
«Sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli».

È una frase che colpisce, ma non educa.
Esprime stupore morale, non comprensione pedagogica. Trasforma un fatto drammatico in una rappresentazione generazionale e sposta l’attenzione dai processi educativi mancati ai comportamenti individuali.

L’educazione serve proprio a insegnare che i conflitti non si “risolvono” con la violenza.
Se oggi accade il contrario, la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani”, ma “dove e come abbiamo smesso di educare”.

Quando il linguaggio istituzionale descrive i ragazzi più che interrogare gli adulti, l’educazione arretra e lascia spazio alla stigmatizzazione.

Sicurezza o educazione?

Un altro asse ricorrente delle dichiarazioni ministeriali è il richiamo alla sicurezza:
«Basta feticismi ideologici: la sicurezza non è repressione».

Il punto, però, non è negare il tema della sicurezza.
Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione.

Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare.

Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa.

Autorità, regole e fraintendimenti educativi

Il richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole è un altro elemento centrale del discorso pubblico:
«Serve rispetto dell’autorità e delle regole».

Ma il rispetto non nasce dall’autorità invocata. Nasce dall’autorità educativa costruita nel tempo, attraverso relazioni significative, coerenza adulta, presenza quotidiana.

Le regole funzionano quando hanno senso.
E il senso non si impone per decreto: si apprende attraverso processi educativi continui.

Parlare di autorità senza parlare di educatori, pedagogisti, tempo educativo e progettazione significa ridurre la scuola a un sistema di controllo, non di formazione.

Educazione alla responsabilità: slogan o politica?

Quando il Ministro afferma che “serve educazione alla responsabilità”, tocca un punto cruciale.
Ma senza politiche coerenti, anche questa affermazione rischia di restare uno slogan.

Educare alla responsabilità significa investire in presenze educative stabili, riconoscere le professionalità educative, lavorare sui contesti e non solo sui singoli.
Senza educatori e pedagogisti strutturalmente presenti nella scuola, l’educazione alla responsabilità resta una formula retorica, buona per i comunicati stampa.

La medicalizzazione del disagio

Un ulteriore elemento critico è la tendenza a trattare il disagio giovanile prevalentemente come questione clinica, attraverso il ricorso crescente a psicologi e interventi specialistici.

È una confusione pericolosa.
Lo psicologo non sostituisce l’educatore.
La scuola non è un ambulatorio.
Il disagio educativo non è sempre una patologia.

Quando il disagio viene medicalizzato:

  • il problema viene spostato sull’individuo;
  • il contesto viene assolto;
  • il lavoro educativo quotidiano, preventivo e relazionale viene cancellato.

Raccontare solo la paura

Infine, colpisce la narrazione complessiva dei giovani che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata soprattutto attraverso la cronaca nera, la violenza, l’incapacità di gestire i conflitti.

È una narrazione che parla alla pancia dei benpensanti, non alla responsabilità educativa del Paese.

Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe saper raccontare anche la gioventù che cresce, che si impegna, che resiste nonostante le assenze educative.
Dovrebbe parlare ai giovani, non solo dei giovani.

Educazione o ordine pubblico?

La violenza giovanile non è, prima di tutto, un problema di ordine pubblico.
È il sintomo di un vuoto educativo strutturale.

Finché l’educazione resterà marginale nel discorso politico, ogni appello alla sicurezza sarà solo la certificazione di un fallimento non riconosciuto.
E quel fallimento non può essere scaricato sui ragazzi.

Rimettere l’educazione al centro non è un’opzione ideologica: è una necessità democratica.Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
329/7309309

Le modifiche annunciate alla Legge 55/2024: tra chiarimenti normativi e rischi di regressione per la professione educativa

By Editorials by Apei National President9 Comments

di Alessandro Prisciandaro – Presidente Nazionale APEI


Introduzione

A pochi mesi dall’entrata in vigore della Legge 15 aprile 2024, n. 55, che ha finalmente riconosciuto e regolamentato le professioni pedagogiche ed educative istituendo l’Ordine Multi Albo dei Pedagogisti e degli Educatori Professionali Socio-Pedagogici, il Governo ha annunciato, su proposta del Ministero della Giustizia, un disegno di legge di modifica (in esame preliminare).

L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di “chiarire e semplificare” alcuni aspetti applicativi — in particolare riguardanti i titoli di accesso, l’attuazione dell’albo e le procedure organizzative. Tuttavia, una lettura attenta dei contenuti emersi e delle modalità di elaborazione del nuovo testo rivela una deriva preoccupante, tanto sul piano politico quanto su quello pedagogico e democratico.

1. Una riforma senza rappresentanza

Ciò che più colpisce è che le modifiche alla Legge 55/2024 siano state discusse e redatte senza predere in considerazione le proposte dell’APEI, l’associazione professionale che rappresenta la più ampia e riconosciuta comunità di pedagogisti ed educatori italiani, protagonista del percorso che ha portato all’approvazione della legge.

Il Ministero della Giustizia ha invece ascoltato un gruppo ristretto di sigle associative, prive di effettiva rappresentanza nazionale e non riconosciute né dal mondo accademico né dai principali ordini territoriali. Tali soggetti, attraverso un documento non condiviso dalla base professionale, avrebbero esercitato un’influenza decisiva per orientare la stesura del nuovo testo, alterando lo spirito originario della Legge 55/2024.

In questo modo, un provvedimento nato per unificare e dare pari dignità alle professioni educative rischia di essere snaturato da logiche particolaristiche e da una regressione corporativa, che restituisce al governo la facoltà di ridefinire per decreto ciò che il Parlamento aveva approvato all’unanimità.

2. La promessa della “semplificazione” e il rischio della riduzione

Il primo obiettivo dichiarato del disegno di legge è la semplificazione dei requisiti di accesso alla professione, soprattutto per gli educatori dei servizi per l’infanzia (0-3 anni).
In realtà, questa presunta semplificazione potrebbe trasformarsi in una riduzione dei diritti acquisiti, introducendo criteri più rigidi che escluderebbero educatori con anni di esperienza ma percorsi formativi pregressi diversi dall’attuale L-19.

Si tratterebbe di una semplificazione escludente: una norma che ordina sulla carta, ma disordina nella realtà, marginalizzando figure preziose per la qualità educativa dei servizi.

Le bozze che abbiamo esaminato vanno nella direzione di ribadire i requisiti di accesso alla professione di educatore di infanzia, mantenendoli distinti da quelli di educatore professionale socio-pedagogico. Ciò rende più difficile l’utilizzo da parte dello stesso ente di un educatore su posizioni diverse: si sarebbe dovuto andare nella direzione opposta e chiarire invece che nell’unico albo degli educatori professionali socio-pedagogici era possibile operare su entrambe le professioni, senza ulteriori requisiti.

3. La scomparsa dell’albo degli educatori

Parimenti, non condividiamo l’abolizione dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici e la riduzione ad una sottosezione dell’albo delle professioni pedagogiche ed educative. Educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti sono due professioni distinti e non due articolazioni diverse della medesima professione. Pertanto, essi devono essere ricondotti a due albi distinti, con distinti requisiti di accesso, possibilità di contemporanea iscrizione, e tassa di iscrizione unica.

4. Il paradosso dell’urgenza

Il Governo ha annunciato l’intenzione di approvare le modifiche con tempestività, ricorrendo alla cosiddetta “procedura d’urgenza”. Tuttavia, le modifiche proposte rientrano in un disegno di legge che dovrà seguire l’iter parlamentare, comportando inevitabilmente un allungamento dei tempi. Perdipiù,al termine di tale percorso, sarà comunque necessario un decreto ministeriale per dare attuazione alle disposizioni. Inoltre, restano pendenti le istanze presentate dagli educatori professionali socio-pedagogici e dai pedagogisti, la cui definizione richiederà diversi mesi a partire dal 31 marzo 2026. Considerando che la legislatura si concluderà nell’ottobre 2027, è prevedibile che già dall’estate dello stesso anno l’intero processo venga rallentato o assorbito dalla campagna elettorale. Sembra quasi che si intenda mandare tutto a gambe all’aria.

5. Una regressione silenziosa

Sommando i diversi elementi — mancanza di consultazione, centralizzazione, equiparazioni improprie e urgenza decisionale — emerge il pericolo di una regressione silenziosa nelle attribuzioni e nella dignità professionale degli educatori.

Le conseguenze più gravi potrebbero essere:

1. Riduzione dell’autonomia professionale a favore del controllo ministeriale;
2. Perdita di identità specialistica delle diverse figure educative;
3. Marginalizzazione delle competenze esperienziali e delle professionalità maturate sul campo;
4. Frammentazione della rappresentanza e indebolimento dell’unità della categoria;
5. Snaturamento dello spirito originario della Legge 55/2024, approvata dal Parlamento con voto unanime e con un ampio consenso trasversale.

Conclusione: difendere la pedagogia, difendere la democrazia

Il modo in cui si riscrive una legge che riguarda le professioni educative non è solo una questione tecnica o ordinistica: è un atto politico e culturale. Ignorare il contributo delle principali rappresentanze professionali come l’APEI significa disconoscere la voce viva della pedagogia, quella che nasce nei contesti educativi reali e che ogni giorno lavora per la crescita delle persone e delle comunità.

La riforma della legge 55/2024 dovrebbe servire a rafforzare la professione educativa, non a svuotarla. Per questo serve oggi una vigilanza pedagogica collettiva, capace di riaffermare il principio che l’educazione è bene comune e che nessuna legge può definirla senza ascoltare chi, da sempre, la pratica e la difende.

Alessandro Prisciandaro

Presidente Nazionale APEI

Pedagogy and Artificial Intelligence: between immediacy and critical reflection

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Alessandro Prisciandaro, presidente nazionale Apei

L’intelligenza artificiale generativa (IAg) ha reso l’informazione accessibile in modo immediato e capillare. Tuttavia, la velocità con cui le risposte vengono prodotte rischia di sostituire la profondità cognitiva con l’immediatezza. Se, come evidenziato da studi internazionali, solo una minoranza di utenti verifica e confronta le informazioni ricevute da un chatbot, si apre una questione pedagogica cruciale: come evitare che l’automatizzazione del sapere conduca a una riduzione del pensiero critico e alla creazione di soggetti cognitivamente eterodiretti.

Recenti studi (MIT Media Lab, 2024) mostrano che l’uso non guidato dell’IA riduce il coinvolgimento cognitivo e la varietà espressiva dei testi prodotti. Una rassegna sistematica del 2024 conferma che l’over-reliance all’IA può compromettere capacità analitiche e decisionali. Al contempo, istituzioni come UNESCO e OECD hanno richiamato la necessità di sviluppare competenze di AI literacy, fondamentali per integrare pensiero critico, etica e verifica delle fonti nei processi educativi.

Nel luglio 2025, l’Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani (APEI) ha realizzato un questionario online sull’uso dell’IA, che ha raccolto oltre 500 risposte da educatori e pedagogisti in Italia. L’obiettivo era esplorare le pratiche, le percezioni e le esigenze formative della categoria.

– Diffusione: 46% usa l’IA saltuariamente, 22% regolarmente, 27% ne ha sentito parlare ma non la usa, 5% non la conosce.
– Ambiti di utilizzo: scrittura e revisione testi (29%), progettazione educativa (27%), aggiornamenti normativi (25%), nessun uso specifico (29%).
– Progettazione educativa: 36% non l’ha mai usata ma vorrebbe provarla, 30% la usa qualche volta, 22% non la ritiene utile, 12% la usa spesso.
– Efficienza: 38% dichiara risparmio di tempo parziale, 29% significativo, 28% non saprebbe valutare.
– Fiducia: 67% solo dopo verifica, 22% poca, 6% nulla, 5% completa.
– Qualità percepita: 53% vede benefici solo con uso critico, 18% solo in alcuni contesti, 16% indecisi, 13% rischio di banalizzazione.
– Formazione: quasi 80% richiede percorsi mirati (55% se accessibili, 28% assolutamente, 11% non interessati).

L’indagine evidenzia tre aspetti chiave: 

  • la curiosità diffusa ma accompagnata da scarsa fiducia; 
  • il rischio di omologazione educativa derivante dall’uso dell’IA per testi e progetti;
  • una forte domanda formativa che segnala la necessità di linee guida e percorsi pedagogici di accompagnamento. La pedagogia è dunque chiamata a un ruolo attivo: non subire l’IA, ma integrarla criticamente per stimolare riflessione, autonomia e pluralità delle fonti.

L’IA generativa non sostituirà l’educatore, ma rischia di creare una cultura pedagogica omologata. La pedagogia deve insegnare a utilizzare l’IA senza subirla, promuovendo lentezza del pensiero, confronto tra pari e spirito critico. In questo senso, la pedagogia rappresenta una garanzia per la democrazia e per la formazione di cittadini capaci di discernimento, non di mera accettazione passiva.