di Alessandro Prisciandaro – Presidente Nazionale APEI
Introduzione
A pochi mesi dall’entrata in vigore della Legge 15 aprile 2024, n. 55, che ha finalmente riconosciuto e regolamentato le professioni pedagogiche ed educative istituendo l’Ordine Multi Albo dei Pedagogisti e degli Educatori Professionali Socio-Pedagogici, il Governo ha annunciato, su proposta del Ministero della Giustizia, un disegno di legge di modifica (in esame preliminare).
L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di “chiarire e semplificare” alcuni aspetti applicativi — in particolare riguardanti i titoli di accesso, l’attuazione dell’albo e le procedure organizzative. Tuttavia, una lettura attenta dei contenuti emersi e delle modalità di elaborazione del nuovo testo rivela una deriva preoccupante, tanto sul piano politico quanto su quello pedagogico e democratico.
1. Una riforma senza rappresentanza
Ciò che più colpisce è che le modifiche alla Legge 55/2024 siano state discusse e redatte senza predere in considerazione le proposte dell’APEI, l’associazione professionale che rappresenta la più ampia e riconosciuta comunità di pedagogisti ed educatori italiani, protagonista del percorso che ha portato all’approvazione della legge.
Il Ministero della Giustizia ha invece ascoltato un gruppo ristretto di sigle associative, prive di effettiva rappresentanza nazionale e non riconosciute né dal mondo accademico né dai principali ordini territoriali. Tali soggetti, attraverso un documento non condiviso dalla base professionale, avrebbero esercitato un’influenza decisiva per orientare la stesura del nuovo testo, alterando lo spirito originario della Legge 55/2024.
In questo modo, un provvedimento nato per unificare e dare pari dignità alle professioni educative rischia di essere snaturato da logiche particolaristiche e da una regressione corporativa, che restituisce al governo la facoltà di ridefinire per decreto ciò che il Parlamento aveva approvato all’unanimità.
2. La promessa della “semplificazione” e il rischio della riduzione
Il primo obiettivo dichiarato del disegno di legge è la semplificazione dei requisiti di accesso alla professione, soprattutto per gli educatori dei servizi per l’infanzia (0-3 anni).
In realtà, questa presunta semplificazione potrebbe trasformarsi in una riduzione dei diritti acquisiti, introducendo criteri più rigidi che escluderebbero educatori con anni di esperienza ma percorsi formativi pregressi diversi dall’attuale L-19.
Si tratterebbe di una semplificazione escludente: una norma che ordina sulla carta, ma disordina nella realtà, marginalizzando figure preziose per la qualità educativa dei servizi.
Le bozze che abbiamo esaminato vanno nella direzione di ribadire i requisiti di accesso alla professione di educatore di infanzia, mantenendoli distinti da quelli di educatore professionale socio-pedagogico. Ciò rende più difficile l’utilizzo da parte dello stesso ente di un educatore su posizioni diverse: si sarebbe dovuto andare nella direzione opposta e chiarire invece che nell’unico albo degli educatori professionali socio-pedagogici era possibile operare su entrambe le professioni, senza ulteriori requisiti.
3. La scomparsa dell’albo degli educatori
Parimenti, non condividiamo l’abolizione dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici e la riduzione ad una sottosezione dell’albo delle professioni pedagogiche ed educative. Educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti sono due professioni distinti e non due articolazioni diverse della medesima professione. Pertanto, essi devono essere ricondotti a due albi distinti, con distinti requisiti di accesso, possibilità di contemporanea iscrizione, e tassa di iscrizione unica.
4. Il paradosso dell’urgenza
Il Governo ha annunciato l’intenzione di approvare le modifiche con tempestività, ricorrendo alla cosiddetta “procedura d’urgenza”. Tuttavia, le modifiche proposte rientrano in un disegno di legge che dovrà seguire l’iter parlamentare, comportando inevitabilmente un allungamento dei tempi. Perdipiù,al termine di tale percorso, sarà comunque necessario un decreto ministeriale per dare attuazione alle disposizioni. Inoltre, restano pendenti le istanze presentate dagli educatori professionali socio-pedagogici e dai pedagogisti, la cui definizione richiederà diversi mesi a partire dal 31 marzo 2026. Considerando che la legislatura si concluderà nell’ottobre 2027, è prevedibile che già dall’estate dello stesso anno l’intero processo venga rallentato o assorbito dalla campagna elettorale. Sembra quasi che si intenda mandare tutto a gambe all’aria.
5. Una regressione silenziosa
Sommando i diversi elementi — mancanza di consultazione, centralizzazione, equiparazioni improprie e urgenza decisionale — emerge il pericolo di una regressione silenziosa nelle attribuzioni e nella dignità professionale degli educatori.
Le conseguenze più gravi potrebbero essere:
1. Riduzione dell’autonomia professionale a favore del controllo ministeriale;
2. Perdita di identità specialistica delle diverse figure educative;
3. Marginalizzazione delle competenze esperienziali e delle professionalità maturate sul campo;
4. Frammentazione della rappresentanza e indebolimento dell’unità della categoria;
5. Snaturamento dello spirito originario della Legge 55/2024, approvata dal Parlamento con voto unanime e con un ampio consenso trasversale.
Conclusione: difendere la pedagogia, difendere la democrazia
Il modo in cui si riscrive una legge che riguarda le professioni educative non è solo una questione tecnica o ordinistica: è un atto politico e culturale. Ignorare il contributo delle principali rappresentanze professionali come l’APEI significa disconoscere la voce viva della pedagogia, quella che nasce nei contesti educativi reali e che ogni giorno lavora per la crescita delle persone e delle comunità.
La riforma della legge 55/2024 dovrebbe servire a rafforzare la professione educativa, non a svuotarla. Per questo serve oggi una vigilanza pedagogica collettiva, capace di riaffermare il principio che l’educazione è bene comune e che nessuna legge può definirla senza ascoltare chi, da sempre, la pratica e la difende.
Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI


Grazie per quello che fate, spero che il governo ci dia una risposta concreta, io ho 38 anni di tanti sacrifici e di mancata valorizzazione, spesso mi guardano come se fossi troppo vecchia per cambiare lavoro pur rimanendo educatrice. Spero che la laurea in scienze dell’educazione se pur vecchio ordinamento non diventi inutilizzabile, perché di contrasto al nuovo o peggio si da valore esclusivo ai non laureati.
Commento della Dott.ssa Assunta Di Basilico
Psicologa – Pedagogista – Educatrice – Presidente Associazione Essere Oltre ETS
Le modifiche annunciate alla Legge 55/2024 riaprono un tema cruciale non solo sul piano normativo, ma soprattutto su quello valoriale, umano e pedagogico: quale ruolo viene oggi riconosciuto all’educazione e alla pedagogia nella costruzione dell’identità e della salute della persona?
Ogni legge che riguarda la formazione e la professionalità degli educatori e dei pedagogisti non può limitarsi a un atto amministrativo, ma tocca il nucleo vitale del sistema sociale e culturale: la cura dell’essere umano nella sua interezza.
Educare, infatti, non significa istruire o contenere, ma accompagnare lo sviluppo interiore e relazionale della persona, sostenendola nel cammino di consapevolezza, autonomia e responsabilità.
Sostengo con profonda convinzione che l’Educatore e il Pedagogista siano le prime figure di approccio nei processi di crescita, prevenzione e accompagnamento.
Sono essi i custodi del primo contatto formativo, coloro che attraverso la relazione educativa costruiscono le fondamenta dell’equilibrio emotivo e del pensiero.
La loro azione non è solo un mestiere: è una missione fondata sulla conoscenza, sulla sensibilità empatica e sulla visione integrale della persona.
Quando l’educazione è strutturata correttamente — in modo sistemico, interdisciplinare e fondato su principi pedagogici solidi — essa diventa la prima forma di prevenzione psicologica.
Un bambino che cresce in un ambiente educativo sano, con adulti competenti, empatici e preparati, sviluppa una personalità più sicura, una mente più armonica e una maggiore capacità di resilienza.
Se il percorso educativo funziona, la psicologia interviene non per riparare, ma per sostenere.
È questa la vera sinergia delle scienze umane: l’educazione forma, la psicologia affina.
Tuttavia, è doveroso sottolineare come le Università, pur avendo formato generazioni di educatori e pedagogisti con rigore accademico, non abbiano saputo pienamente valorizzare e proteggere il grande valore etico e sociale della pedagogia nei diversi contesti della vita pubblica — nella sanità, nella scuola, nei servizi sociali e nelle comunità.
Le facoltà pedagogiche, pur svolgendo un compito nobile, non sempre hanno garantito un riconoscimento professionale post-laurea proporzionato al livello formativo richiesto.
Si tratta di una riflessione necessaria, non polemica, ma costruttiva:
quale senso può avere, per un giovane, iscriversi a una facoltà pedagogica se, dopo anni di studio e tirocinio, non gli viene riconosciuta un’identità professionale piena?
È giusto formare con dedizione se poi la società non offre spazi, ruoli e tutela a chi educa?
Una laurea senza riconoscimento professionale rischia di diventare una ferita nella credibilità del sistema formativo stesso, poiché la conoscenza, per essere viva, deve potersi incarnare nella prassi, diventare strumento di prevenzione e di trasformazione sociale.
La pedagogia, nella sua più alta espressione, è scienza della vita e della relazione:
essa fonda la mente, la coscienza e l’etica ben prima che intervenga la psicologia.
Lo sviluppo umano, come affermava Lev S. Vygotskij (1934), è innanzitutto un processo sociale:
“Ogni funzione psicologica superiore si sviluppa prima sul piano interpersonale e solo successivamente su quello intrapersonale.”
È l’interazione educativa, dunque, a generare il pensiero, non il contrario.
Nella stessa direzione, Jean Piaget (1932) ricordava che
“L’educazione deve formare non solo l’intelligenza, ma anche il carattere e la sensibilità morale del bambino.”
E ciò conferma che la struttura psichica nasce dalla formazione etica ed esperienziale, non esclusivamente dal trattamento clinico.
Per Maria Montessori (1909), l’educazione è la medicina preventiva dell’anima:
“L’educazione, intesa come relazione formativa, precede ogni intervento terapeutico; essa è la prima medicina del comportamento.”
Una concezione che restituisce alla pedagogia la sua funzione più nobile: quella di prevenire il disagio attraverso la cura della relazione e dell’ambiente educativo.
Anche John Dewey (1916) affermava che
“L’educazione non è preparazione alla vita; l’educazione è la vita stessa.”
Questo pensiero, tanto semplice quanto rivoluzionario, ci ricorda che l’atto educativo non è un passaggio, ma il fondamento di ogni sviluppo umano.
Più recentemente, Jerome Bruner (1996) ha ribadito che
“L’educazione è il processo culturale che costruisce la mente umana.”
e Franco Frabboni (2007) ha sottolineato che
“L’educazione è prevenzione: anticipa il disagio psichico e sociale perché forma il pensiero riflessivo e la coscienza affettiva.”
Queste voci, provenienti da contesti diversi ma convergenti, ci restituiscono una verità pedagogica universale:
👉 la formazione educativa è la radice della salute psichica e della maturità umana.
Quando l’educazione viene svolta con metodo, sensibilità e professionalità, la psicologia trova un terreno fertile e non una frattura da riparare.
È quindi tempo di riconoscere il valore primario dell’Educatore e del Pedagogista, non come figure ausiliarie ma come protagonisti di una società che vuole davvero crescere.
Perché la pedagogia non segue la psicologia: la precede, la ispira e la rende possibile.
ASSOCIAZIONE ESSERE OLTRE ETS
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Grazie innanzitutto per quello che fate, affinché anche la professione di educatore socio pedagogico abbia gli stessi diritti di altre professioni. Non sono mai stata convinta al 100% della necessità di avere un albo… Negli anni però, specializzando il mio lavoro e lavorando anche con partita iva, ho riscontrato la necessità di un albo per garantire maggiore professionalità e garanzie non solo a noi professionisti socio pedagogici, ma anche alle famiglie che a noi si rivolgono. Ho inviato la domanda più di un anno fa, alla prima “chiamata”, e trovo vergognoso che a tale ondata di domande, soldi e impegno spesi, non ci sia stata una risposta, ma solo un continuo rinvio delle scadenze.
Sembrerebbe davvero un rimandare ad oltranza per evitare di prendersi la responsabilità e l’onere di riorganizzare e riordinare una professione e tanti settori che da essa dipendono.
Sicuramente mi rendo conto che il compito è arduo perché di educatori socio pedagogici non ce ne sono mai abbastanza da riuscire a coprire l’enorme richiesta che ogni anno c’è in diversi settori socio educativi, dai bambini agli anziani…. Aprire, anziché chiudere, i tavoli di lavoro alle diverse associazioni che da anni lavorano e spendono forze ed energie affinché ci sia un riconoscimento ufficiale dell’educatore, sicuramente potrebbe aiutare a trovare soluzioni condivise dalla maggior parte delle parti. Spero vivamente che si arrivi presto all’istituzione dell’albo e a fare chiarezza su una figura tanto preziosa quanto discussa.
Dott.ssa Ferrulli Maria Bruna
Educatrice socio pedagogica da 17 anni, L classe 18
Assistente Analista ABA e Terapista ABA
Gentili,
scrivo in merito alle recenti discussioni e proposte di modifica relative alla legge sull’albo degli educatori professionali.
Colpisce che tra i promotori di tali modifiche vi sia anche il Ministero della Giustizia, che, pur avvalendosi in alcuni contesti della figura dell’educatore, sembra dimostrare una conoscenza parziale o distorta del ruolo, delle competenze e del profilo professionale.
È paradossale che si tenti di riformare l’accesso o l’ordinamento della professione senza un adeguato coinvolgimento delle rappresentanze professionali e senza un reale rispetto per i percorsi formativi accreditati e le funzioni svolte dagli educatori nei diversi contesti.
Auspico che ogni intervento normativo sia frutto di un confronto serio e competente, che tuteli la professione e garantisca qualità e chiarezza nell’esercizio della funzione educativa.
Dott.ssa Stefania Summo
La legge 55/2024 è stata per la stragrande maggioranza di molti Educatori ed Educatrici Socio Pedagogiche, una legge che ha dato finalmente visibilità e attenzione ad una categoria professionale spesso messa in disparte come i contesti e le utenze di cui e delle quali si occupa. Sapere di essere stati finalmente attenzionati e delineati, ha portato molti professionisti a riprendere fiducia nella propria e consapevole, utilità sociale e soprattutto a considerare nuovamente una Politica che ha voluto aprire gli occhi su importanti realtà. Ma ecco che c’è un motivo fondamentale per il quale Il Sociale fatica ad entrare nel progresso: La mancanza di Fiducia verso una giustizia che spesso e a malincuore appare confusa, ripensatrice e temibilmente corrotta. In molte di noi Educatrici ed Educatori perseveriamo in contesti in cui gli ultimi vivono nell’ombra; in molti di noi fatichiamo ogni giorno di fronte a situazioni e realtà che meriterebbero più attenzione e considerazione, dai neonati nel loro già essere considerate persone che sentono; ai bambini e le bambine con le loro, oggi molteplici, modalità di apprendere in un sistema ancora vecchio e ostinato; ai ragazzi e alle ragazze dispersi fra adulti benpensanti ma ben poco realistici nell’Esempio; ad adulti soli, incerti e timidi nel sentirsi validi riferimenti umani. Senza trascurare coloro che in questo percorso di vita è fra gli ultimi più ultimo che mai, dove le parole mancano, i corpi non si muovono o faticano nei movimenti e noi Professionisti del Sociale diveniamo quegli appigli di vera e concreta umanità inclusiva. Tutto questo che forse fatica ad essere compreso, poiché ampio e profondo, appare di nuovo “sconsiderato”, svalorizzato e rimesso da parte. Far scomparire un albo degli Educatori significa far scomparire molteplici realtà esistenti e realmente presenti. E’ escludere chi non ha pari importanza, è lasciare da parte chi ha scelto, chi ha studiato, chi ha fatto e fa esperienza sul campo, chi rappresenta Il Sociale nella socialità dei contesti quotidiani. Ridurre un autonomia ed un’unità professionale di questo calibro, significherebbe mettere ulteriormente in difficoltà una Società e delle comunità che già per ampi altri motivi stiamo faticando nel preservare e portare avanti. Personalmente mi chiedo perché un Ministero della Giustizia non debba ascoltare le voci e le riflessioni di chi nella realtà vive e lavora ogni giorno, perché non si considera quella maggioranza che racconta e quotidianamente affronta”.
Una legge che riguarda le professioni educative è una legge che raccoglie Sapere, necessità e consensi sull’educazione. E certamente è una legge che ne racchiude e ne delinea i principali promotori sul campo: Pedagogisti ed Educatori. Forse occorrerebbe una seria presa di Responsabilità e Consapevolezza oltre che di immenso Coraggio. Il coraggio di ripartire da un’educazione possibile e pedagogicamente corretta. Io mi auguro che questo Governo sappia comprendere la più indicata e motivata direzione e soprattutto sappia ascoltare una collettività sociale che sta chiedendo sempre più attenzione e premura.
Dott.ssa Suellen Venarotta
Educatrice Socio Pedagogica da 14 anni -Classe 18
La cosiddetta “semplificazione” proposta dal Governo rischia di trasformarsi in un meccanismo di esclusione, che svaluta l’esperienza e la competenza maturata sul campo. In nome di una presunta chiarezza normativa, si finirebbe per marginalizzare molti professionisti che hanno contribuito alla crescita dei servizi educativi in Italia. Questo non è semplificare: è ridurre, standardizzare e impoverire la qualità del lavoro educativo.
Anche l’abolizione dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici rappresenta una regressione. Educatori e pedagogisti sono figure con ruoli e competenze distinte, entrambe indispensabili al sistema educativo. Riunirle in un unico albo significa confondere le professionalità e minare la dignità di ciascuna. La proposta dell’APEI di mantenere due albi distinti, ma in dialogo reciproco, risponde invece a una logica di chiarezza, riconoscimento e valorizzazione reciproca.
La presunta “semplificazione” normativa proposta dal Governo, in merito alla regolamentazione delle professioni educative, rischia di generare un effetto sistemico regressivo, compromettendo l’assetto qualitativo e strutturale del sistema educativo nazionale. L’abolizione dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici, prevista in alcune interpretazioni della Legge 55/2024 e oggetto di dibattito parlamentare, rappresenta una criticità non solo sul piano giuridico, ma anche sul piano epistemologico e operativo delle professioni educative.
La distinzione tra educatore professionale socio-pedagogico e pedagogista, sancita dagli articoli 2 e 4 della suddetta legge, non è una mera formalità burocratica, bensì il riconoscimento di due profili professionali con livelli di responsabilità, formazione e ambiti di intervento differenti. Il pedagogista, come definito dalla normativa, è un professionista di livello apicale (EQF 7), con funzioni di coordinamento, supervisione e consulenza tecnico-scientifica, mentre l’educatore opera a livello intermedio (EQF 6), con compiti progettuali e di attuazione educativa.
La proposta dell’APEI di mantenere due albi distinti, ma in dialogo sinergico, risponde a una logica di sistema integrato, in cui la complementarità delle competenze viene valorizzata anziché confusa. L’unificazione degli albi, al contrario, rischia di generare una sovrapposizione funzionale che compromette la chiarezza dei ruoli, la qualità degli interventi e la tutela dei diritti professionali acquisiti, in particolare quelli sanciti dal comma 599 della Legge 205/2017.
Inoltre, l’attuale fase transitoria, regolata dal Decreto Milleproroghe (Legge 15/2025), ha già evidenziato criticità operative e gestionali, con oltre 150.000 domande di iscrizione agli albi ancora in fase istruttoria presso i Tribunali, e con l’assenza dei decreti attuativi che impedisce la piena operatività dell’Ordine professionale. In tale contesto, ogni intervento normativo che miri a “semplificare” senza una reale analisi d’impatto rischia di aggravare il vuoto normativo e di generare esclusione professionale.
La semplificazione, per essere tale, deve rispettare i principi di proporzionalità, trasparenza e valorizzazione delle competenze, non ridursi a una standardizzazione che ignora la complessità dei percorsi formativi e delle esperienze maturate sul campo. È necessario un approccio sistemico, partecipato e fondato su evidenze, che riconosca il valore delle professioni educative nella loro pluralità e specificità.
Si concordo
Commento – La società delle contraddizioni e il destino della pedagogia
Viviamo in una società delle contraddizioni: mentre si moltiplicano i richiami allo “sviluppo integrale della persona” e all’educazione come bene comune, le scelte politiche e legislative continuano a muoversi in direzione opposta, riducendo l’educazione a questione tecnica, funzionale o burocratica. La revisione della Legge 55/2024 ne è un esempio emblematico: rischia di smarrire la visione originaria, sostituendo al progetto di valorizzazione delle professioni pedagogiche una logica di semplificazione riduttiva e di centralizzazione decisionale.
Il nodo non è soltanto ordinistico, ma profondamente culturale e politico. La pedagogia, in quanto scienza pubblica, non può essere relegata a “servizio accessorio” del sistema educativo: deve tornare ad essere la lente attraverso cui si interpretano e si governano le trasformazioni sociali, educative e relazionali. Per questo è imprescindibile mantenere due albi distinti, riconoscendo l’autonomia epistemologica e professionale di pedagogisti ed educatori, e valorizzando i percorsi formativi e le esperienze che hanno costruito nel tempo la qualità dei servizi educativi.
Allo stesso tempo, questa fase di revisione può e deve diventare un’occasione per chiedere di più: non soltanto il rispetto delle competenze, ma il riconoscimento strutturale della pedagogia come funzione pubblica. Ciò significa prevedere figure pedagogiche stabili nelle scuole e nei servizi territoriali, rafforzare la rete tra istituzioni, famiglie e comunità, e promuovere una formazione continua che includa dimensioni relazionali, etiche, planetarie e digitali, come indicano le principali raccomandazioni di UNESCO, UNICEF e Agenda 2030.
In un tempo segnato da frammentazione e crisi educative, la risposta non può essere la riduzione o la subordinazione della pedagogia, ma il suo rilancio come presidio democratico e come motore di coesione sociale. È da qui che dobbiamo ripartire se vogliamo che la legge sia davvero uno strumento di progresso e non l’ennesima occasione mancata.
La domanda da cui dovremmo ripartire, come comunità scientifica e come Paese, è allora una sola: che cosa stiamo costruendo come civiltà?
La risposta a questa domanda determinerà non solo il destino della pedagogia, ma il futuro stesso della nostra democrazia.
Eleonora Stroppa