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Quando il silenzio vince sul gioco: il caso dell’oratorio di Palermo e la sfida delle comunità educanti

By NewsNo Comments

Quando il silenzio vince sul gioco: il caso dell’oratorio di Palermo e la sfida delle comunità educanti

Il Tribunale di Palermo ha condannato una parrocchia a risarcire alcuni residenti perché le attività dell’oratorio producevano “eccessivo rumore”. Bambini che giocano nel cortile, ragazzi che ridono, palloni che rimbalzano. Troppo, secondo la sentenza, per il diritto alla quiete di chi abita accanto.

La decisione ha suscitato stupore e reazioni contrastanti. Non tanto per il principio giuridico in sé – il diritto al riposo e alla salute è pienamente legittimo e tutelato – quanto per la domanda più ampia che inevitabilmente pone: che cosa accade alla vita di un quartiere quando il gioco dei bambini diventa un problema da tribunale?

Gli oratori, soprattutto in contesti urbani complessi come molti quartieri delle città del Sud, rappresentano da decenni un presidio educativo informale essenziale. Non sono solo spazi ricreativi, ma luoghi di prevenzione sociale, di relazione, di accompagnamento educativo. Per molti ragazzi, in particolare quelli che crescono in famiglie fragili o in territori poveri di servizi, il cortile dell’oratorio è l’unica alternativa reale alla strada, all’isolamento domestico o a una socialità interamente digitale.

Far giocare i ragazzi non è un’attività neutra. È educazione. È costruzione di regole, di rispetto reciproco, di appartenenza. È rumore, certo. Ma è il rumore della vita che cresce, non quello del degrado.

Dall’altra parte, è altrettanto vero che nessuno può essere costretto a vivere in un contesto costantemente disturbato. Il punto, allora, non è contrapporre diritti, ma trovare un equilibrio. Il rischio, altrimenti, è che la tutela della quiete finisca per produrre un effetto collaterale grave: l’espulsione progressiva dei bambini e degli adolescenti dagli spazi di prossimità.

Negli ultimi anni abbiamo già allontanato il gioco dalle strade, poi dai cortili condominiali, spesso dai parchi. Ora rischiamo di ridurlo anche negli oratori. Ma il gioco non scompare: semplicemente si sposta, spesso in contesti meno protetti, meno educativi, più problematici.

Una comunità educante non è una comunità silenziosa. È una comunità che regola, media, organizza, responsabilizza. Non che rimuove. Il rumore dei bambini non è solo un fastidio da contenere: è un indicatore di vitalità sociale. Dove non si sente più, qualcosa si è già incrinato.

Il caso di Palermo ci interroga, dunque, non solo sul piano giuridico, ma su quello culturale e politico: quale idea di città vogliamo costruire? Una città ordinata ma muta, o una città viva, capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità collettive?

Forse la vera sfida non è scegliere tra silenzio ed educazione, ma investire seriamente in spazi, mediazioni e politiche di prossimità che rendano possibile la convivenza. Perché un quartiere senza risate di bambini può apparire più tranquillo. Ma è quasi sempre più fragile, più solo, più povero di futuro.

Sport as an educational agency betrayed: youth football amid violence, selfishness and the absence of pedagogical headmasters

By NewsNo Comments

Il calcio, sport popolare e diffuso in ogni fascia sociale, dovrebbe rappresentare un potente strumento educativo, capace di trasmettere ai giovani valori quali il rispetto, la cooperazione, la disciplina e il senso di appartenenza a una comunità. Tuttavia, i fatti di cronaca degli ultimi anni raccontano un’altra realtà: arbitri minorenni aggrediti, risse tra genitori sugli spalti, bambini insultati o addirittura picchiati da adulti.

L’episodio avvenuto a Collegno nel settembre 2025, durante il torneo Under 14 Super Oscar, è emblematico. Un padre quarantenne ha scavalcato la recinzione ed è entrato in campo per picchiare con estrema violenza il portiere avversario di appena tredici anni, provocandogli fratture e ricovero ospedaliero. Un gesto che non solo ha segnato profondamente la vittima, ma ha anche scosso educatori, allenatori e coetanei, mettendo in luce quanto fragile sia la funzione formativa del calcio giovanile in assenza di un presidio educativo stabile.

Nelle società sportive dilettantistiche, la formazione dei giovani calciatori è affidata quasi esclusivamente a tecnici sportivi e dirigenti. Ciò comporta una riduzione dell’esperienza sportiva a mera performance agonistica, trascurando la dimensione educativa e sociale. In questo vuoto pedagogico proliferano:

• comportamenti violenti e antisportivi, alimentati dalla pressione di genitori e dirigenti;

• logiche affaristiche, con selezioni precoci dei “talenti” e marginalizzazione dei ragazzi considerati meno promettenti;

• infiltrazioni mafiose e malavitose, che utilizzano il calcio dilettantistico come strumento di controllo sociale e di interesse economico.

Lo sport perde così la sua funzione di palestra di democrazia, per trasformarsi in un contesto che normalizza la violenza e l’egoismo.

La pedagogia critica sottolinea da tempo che le agenzie educative – scuola, famiglia, sport – non devono mai essere separate dal compito di formare cittadini responsabili e rispettosi delle regole democratiche. Se lo sport tradisce questa funzione, rischia di legittimare modelli autoritari, competitivi e clientelari, in netto contrasto con i principi fondanti della convivenza civile.

L’aggressione di Collegno non è un fatto isolato, ma un campanello d’allarme che denuncia la fragilità del sistema educativo sportivo. È dunque necessario un intervento strutturale che vada oltre le misure punitive o repressive.

La presenza del pedagogista nelle scuole calcio dovrebbe essere resa obbligatoria. Le sue funzioni sarebbero molteplici:

• mediazione educativa tra tecnici, famiglie e giovani atleti;

• formazione continua degli allenatori sui temi del rispetto, dell’inclusione e della prevenzione dei conflitti;

• supporto alle famiglie nel riconoscere il valore educativo dello sport, limitando derive iper-competitive;

• presidio di legalità contro logiche malavitose e interessi distorti.

Il pedagogista, con le sue competenze in progettazione educativa e gestione dei processi formativi, restituirebbe al calcio la sua funzione primaria: essere palestra di cittadinanza e luogo pulito di crescita personale e sociale.

Il caso di Collegno, come altri simili registrati negli ultimi anni in tutta Italia, dimostra che lo sport giovanile è diventato un campo fragile, esposto a derive violente e affaristiche. Per restituire allo sport il suo autentico valore formativo e democratico è urgente un investimento educativo: l’introduzione obbligatoria del pedagogista in tutte le scuole calcio.

Lo sport non può essere lasciato in balia dell’egoismo e della violenza: deve tornare a essere una comunità pulita, capace di trasmettere ai giovani i valori fondanti della nostra società democratica – rispetto, solidarietà, giustizia e legalità.