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relazione educativa

Prendere forma: neuroplasticità e pratica deliberata per il gesto grafico

By 2/2025No Comments

Titolo: Prendere forma: neuroplasticità e pratica deliberata per il gesto grafico

Title: Taking Shape: Neuroplasticity and Deliberate Practice in the Graphomotor Act

Autore: Camilla Sciandra

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Come citare: Sciandra, C. (2025). Prendere forma: neuroplasticità e pratica deliberata per il gesto grafico. Quaderni di Pedagogia e Pratiche Educative, 1(2). https://www.quadernidipedagogia.it/prendere-forma-neuroplasticita-e-pratica-deliberata-per-il-gesto-grafico/

Sintesi: L’articolo presenta un caso di neuropedagogia focalizzato su un bambino di 7 anni con difficoltà nel gesto grafico. La scrittura viene analizzata come l’esito di un’architettura funzionale complessa che integra postura, respirazione, bimanualità, pianificazione visuo-spaziale e funzioni esecutive all’interno di una relazione educativa regolante. Attraverso un intervento di dodici settimane basato sulla pratica deliberata — caratterizzato da ripetizioni brevi, modellamento e compiti dotati di senso — l’autrice dimostra come sia possibile ottenere miglioramenti misurabili nella leggibilità e nella fluidità del tratto, riducendo al contempo il dolore fisico e i conflitti relazionali legati al compito scolastico.

Parole chiave: Funzioni esecutive, Gesto grafico, Neuropedagogia, Neuroplasticità, Pratica deliberata, Relazione educativa.

Abstract: The article presents a neuropedagogical case study focusing on a 7-year-old child with graphomotor difficulties. Writing is analyzed as the result of a complex functional architecture that integrates posture, breathing, bimanuality, visuo-spatial planning, and executive functions within a regulating educational relationship. Through a twelve-week intervention based on deliberate practice — characterized by short repetitions, modeling, and meaningful tasks — the author demonstrates how measurable improvements in legibility and stroke fluidity can be achieved, while simultaneously reducing physical pain and relational conflicts associated with school assignments.

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    Violenza giovanile, cronaca e scuola: quando il linguaggio politico smette di educare

    By Editorials by Apei National President9 Comments

    di Alessandro Prisciandaro

    Presidente nazionale Apei

    Questa mattina mi sono preso il tempo di fare un esercizio semplice, ma necessario: ho cercato in rete, una per una, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in relazione ai numerosi fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno visto giovani e studenti coinvolti in episodi di violenza.

    Non per spirito polemico.
    Ma per capire che idea di scuola, di educazione e di gioventù emerge oggi dal linguaggio pubblico di chi guida il Ministero dell’Istruzione.

    Il quadro che ne esce è coerente, ma profondamente problematico: una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica.

    “I giovani risolvono i conti con i coltelli”

    Tra le frasi più riprese dai media spicca l’affermazione:
    «Sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli».

    È una frase che colpisce, ma non educa.
    Esprime stupore morale, non comprensione pedagogica. Trasforma un fatto drammatico in una rappresentazione generazionale e sposta l’attenzione dai processi educativi mancati ai comportamenti individuali.

    L’educazione serve proprio a insegnare che i conflitti non si “risolvono” con la violenza.
    Se oggi accade il contrario, la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani”, ma “dove e come abbiamo smesso di educare”.

    Quando il linguaggio istituzionale descrive i ragazzi più che interrogare gli adulti, l’educazione arretra e lascia spazio alla stigmatizzazione.

    Sicurezza o educazione?

    Un altro asse ricorrente delle dichiarazioni ministeriali è il richiamo alla sicurezza:
    «Basta feticismi ideologici: la sicurezza non è repressione».

    Il punto, però, non è negare il tema della sicurezza.
    Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione.

    Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare.

    Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa.

    Autorità, regole e fraintendimenti educativi

    Il richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole è un altro elemento centrale del discorso pubblico:
    «Serve rispetto dell’autorità e delle regole».

    Ma il rispetto non nasce dall’autorità invocata. Nasce dall’autorità educativa costruita nel tempo, attraverso relazioni significative, coerenza adulta, presenza quotidiana.

    Le regole funzionano quando hanno senso.
    E il senso non si impone per decreto: si apprende attraverso processi educativi continui.

    Parlare di autorità senza parlare di educatori, pedagogisti, tempo educativo e progettazione significa ridurre la scuola a un sistema di controllo, non di formazione.

    Educazione alla responsabilità: slogan o politica?

    Quando il Ministro afferma che “serve educazione alla responsabilità”, tocca un punto cruciale.
    Ma senza politiche coerenti, anche questa affermazione rischia di restare uno slogan.

    Educare alla responsabilità significa investire in presenze educative stabili, riconoscere le professionalità educative, lavorare sui contesti e non solo sui singoli.
    Senza educatori e pedagogisti strutturalmente presenti nella scuola, l’educazione alla responsabilità resta una formula retorica, buona per i comunicati stampa.

    La medicalizzazione del disagio

    Un ulteriore elemento critico è la tendenza a trattare il disagio giovanile prevalentemente come questione clinica, attraverso il ricorso crescente a psicologi e interventi specialistici.

    È una confusione pericolosa.
    Lo psicologo non sostituisce l’educatore.
    La scuola non è un ambulatorio.
    Il disagio educativo non è sempre una patologia.

    Quando il disagio viene medicalizzato:

    • il problema viene spostato sull’individuo;
    • il contesto viene assolto;
    • il lavoro educativo quotidiano, preventivo e relazionale viene cancellato.

    Raccontare solo la paura

    Infine, colpisce la narrazione complessiva dei giovani che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata soprattutto attraverso la cronaca nera, la violenza, l’incapacità di gestire i conflitti.

    È una narrazione che parla alla pancia dei benpensanti, non alla responsabilità educativa del Paese.

    Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe saper raccontare anche la gioventù che cresce, che si impegna, che resiste nonostante le assenze educative.
    Dovrebbe parlare ai giovani, non solo dei giovani.

    Educazione o ordine pubblico?

    La violenza giovanile non è, prima di tutto, un problema di ordine pubblico.
    È il sintomo di un vuoto educativo strutturale.

    Finché l’educazione resterà marginale nel discorso politico, ogni appello alla sicurezza sarà solo la certificazione di un fallimento non riconosciuto.
    E quel fallimento non può essere scaricato sui ragazzi.

    Rimettere l’educazione al centro non è un’opzione ideologica: è una necessità democratica.Alessandro Prisciandaro
    Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
    329/7309309

    Rimettere al centro la pedagogia: una risposta educativa alla tragedia di La Spezia

    By NewsNo Comments

    di Samuele Amendola, Pedagogista


    La tragica morte dello studente di 18 anni accoltellato in classe da un suo coetaneo all’Istituto Professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia scuote profondamente non solo la comunità scolastica locale, ma l’intero Paese. Un giovane ha perso la vita in un luogo che dovrebbe rappresentare crescita, relazione e futuro; una ferita profonda che interroga tutti noi, come cittadini e come adulti responsabili dei percorsi educativi delle nuove generazioni.

    Di fronte a eventi così drammatici, le prime risposte pubbliche tendono spesso a concentrarsi sul rafforzamento delle misure di sicurezza, sull’inasprimento dei controlli o sull’introduzione di nuove forme di repressione. Pur riconoscendo l’importanza di prevenire l’ingresso di oggetti pericolosi negli spazi scolastici, è necessario affermare con chiarezza che una tragedia di questa portata non può essere letta esclusivamente in termini di ordine pubblico. Ridurre la complessità educativa a una questione di sicurezza rischia di spostare lo sguardo dalle vere domande: che cosa sta accadendo nella quotidianità degli adolescenti? Quali solitudini, assenze educative, bisogni non ascoltati attraversano oggi la scuola?

    La scuola non è e non deve diventare un luogo blindato. È, prima di tutto, una comunità educativa, uno spazio di relazioni quotidiane in cui si apprendono non solo contenuti disciplinari, ma modi di stare con gli altri, di affrontare anche le situazioni conflittuali, di dare senso alle emozioni. In questa prospettiva, la risposta più urgente non è solo normativa o repressiva, ma profondamente pedagogica.

    È indispensabile riconoscere la necessità di una presenza strutturale di pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici all’interno delle scuole. Queste figure possono accompagnare nella quotidianità il percorso di crescita degli adolescenti e delle loro famiglie, leggendo i bisogni educativi emergenti, sostenendo i docenti nella relazione educativa e offrendo spazi di ascolto e di mediazione pedagogica.

    In questo quadro, assume un ruolo centrale l’importanza di discutere in classe di quanto accaduto, non per spettacolarizzare il dolore, ma per condividerlo e quindi alleviarlo. Le assemblee di educazione reciproca, se pensate e condotte con intenzionalità pedagogica, diventano luoghi fondamentali di crescita.

    Di fronte a eventi forti o vissuti come totalizzanti, gli adolescenti vivono emozioni intense, spesso contrastanti: paura, rabbia, smarrimento, senso di ingiustizia. Dal punto di vista pedagogico, è essenziale creare spazi che permettano di trasformare le emozioni in sentimenti attraverso la parola.

    Senza questo passaggio, il rischio è che queste esperienze restino confinate a un livello istintivo e impulsivo, legato al primo sistema di segnalazione del nostro organismo. Le assemblee di educazione reciproca, facilitate da pedagogisti ed educatori professionali, accompagnano invece gli studenti verso il secondo sistema di segnalazione, quello del linguaggio e del pensiero razionale.

    Dare parola a ciò che si prova significa rendere l’esperienza  pensabile, comunicabile e condivisibile. Parlare non è un atto accessorio: è un processo educativo di regolazione emotiva e di costruzione di consapevolezza.

    Rimettere al centro la pedagogia significa spostare lo sguardo dal controllo dei comportamenti alla cura dei processi di crescita. Non reprimere ciò che si vive in termini emozionali, ma accompagnare verso il pensiero; non etichettare il disagio, ma offrirgli parole; non rispondere alla violenza solo con barriere, ma con relazioni educative significative.