La Giornata Internazionale dell’Educazione, celebrata ogni 24 gennaio per volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere il valore dell’educazione come diritto umano fondamentale e motore di pace e sviluppo, quest’anno ha visto una presenza assertiva e sistematica di dichiarazioni e interventi da parte di psicologi e associazioni di psicologia che legano l’educazione alla salute mentale, ampliando così la portata della psicologia ben oltre i confini della disciplina sanitaria.
Nel corso delle ultime settimane, numerose dichiarazioni di professionisti in ambito psicologico – spesso riprese dai media e dalle agenzie di stampa – hanno enfatizzato il ruolo della psicologia come elemento centrale nei processi educativi. Un esempio significativo è l’intervento di Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta, che definisce la Giornata come “una sfida educativa e di salute collettiva”, sostenendo che “il disagio giovanile” attuale sia anche risultato di un “vuoto educativo” che la psicologia potrebbe colmare attraverso competenze emotive e relazionali.
In linea con questa narrazione, emerge una visione in cui l’educazione non è più una sfera di attività e sapere dominata dalla scienza pedagogica, ma viene progressivamente ricodificata come terreno di intervento e competenza psicologica – e più genericamente “salutistico-psicologico”. Tale spostamento, spesso non dichiarato ma implicito, non è un semplice ampliamento interdisciplinare: è un tentativo di ridefinire la proprietas intellectualis dell’educare.
La psicologia, infatti, in quanto professione sanitaria, ha un ruolo imprescindibile nella cura, nella diagnosi e nel trattamento di disagio mentale e disturbi psicologici. Al contrario, la pedagogia è la scienza dell’educazione, con competenze specifiche relative alla progettazione culturale e formativa dei processi di apprendimento, delle relazioni educative e dei sistemi educativi. I professionisti abilitati in questo ambito – gli Educatori Professionali socio-pedagogici (EPsp) e i Pedagogisti – sono formati e regolamentati proprio per queste competenze. Questa distinzione non è mera gerarchia accademica ma fondamento epistemologico di due ordini di sapere e di pratica professionale.
Eppure, osservando l’uso mediatico e istituzionale del linguaggio in occasione della Giornata di quest’anno, sembra che la psicologia stia cercando di legittimarsi come centrale anche nelle narrazioni educative. Dichiarazioni come quella della presidente dell’associazione Iiris si concentrano su concetti quali gentilezza, relazioni ed ascolto – temi certamente rilevanti – ma presentati come se fossero un’esclusiva o un dominio privilegiato della psicologia.
Questa tendenza non è casuale né isolata. L’educazione – in Italia come altrove – si trova in un contesto normativo e sociale in cui sempre più spesso le funzioni educative e formative vengono affidate a figure non specificamente formate in pedagogia. Ad esempio, nei recenti bandi di concorso o nelle procedure di assunzione presso i livelli essenziali di prestazione (LEP), accade che si assumano Assistenti Sociali, Psicologi e EPsp ma non pedagogisti, con l’esplicita giustificazione di mantenere un equilibrio tra competenze diverse. Tuttavia, nella sostanza, il risultato è spesso una prevalenza di psicologia su pedagogia nei ruoli educativi. Questo fenomeno non garantisce maggiore qualità educativa, ma semplifica e uniforma l’educazione alle logiche sanitario-psicologiche, perdendo di vista la specificità pedagogica.
In occasioni come la Giornata Internazionale dell’Educazione, la presenza della psicologia diventa quasi naturale, con dichiarazioni che tendono a enfatizzare la salute mentale, il benessere emotivo e le competenze socio-relazionali come se fossero componenti uniche dell’educazione stessa. Se da un lato non si può negare quanto la psicologia possa contribuire alla riflessione sull’esperienza educativa, dall’altro è evidente che si corre il rischio di offuscare e ridurre il ruolo della pedagogia, che ha una funzione epistemica e metodologica distinta.
La pedagogia non è mai stata solo una disciplina di superficie o un complemento secondario. È la disciplina che storicamente ha studiato, concettualizzato e strutturato i processi educativi, indipendentemente dall’ottica sanitaria o clinica. Privilegiare un’accezione psicologizzata dell’educazione significa normalizzare l’idea che educare sia essenzialmente un atto di cura individuale. Questo ribaltamento epistemico rischia di minare le fondamenta stesse di un sapere educativo che deve essere collettivo, politico, culturale e comunitario.
In conclusione, la Giornata Internazionale dell’Educazione 2026 ha offerto molteplici spunti di riflessione – sull’importanza dell’inclusione, della partecipazione degli studenti, e sulla centralità dei giovani nella co-creazione dei sistemi educativi, temi sottolineati anche da UNESCO – ma ha anche evidenziato una tensione culturale più profonda: quella tra una visione sanitaria-psicologica dell’educazione e una visione pedagogica, strutturale e formativa.
Se non si vuole assistere a un vero e proprio ribaltamento storico e culturale dell’educazione come disciplina e pratica sociale, è urgente riaffermare con forza la centralità scientifica della pedagogia e la legittimità professionale degli educatori e dei pedagogisti come attori principali del campo educativo – senza che la psicologia, pur con il suo valore, ne assuma impropriamente i simboli e le funzioni.
Ped. Alessandro Prisciandaro


L’educazione ha sempre fatto “gola” a tantissimi mossi, però, esclusivamente dal dio denaro, dall’interesse personale.
Ma, tra interesse ed interessamento c’è la pedagogia che, invece,, è mossa dalla promozione della persona, dalla sua formazione e dalla sua felicità.
Complimenti Alessandro👏👏👏
Leggendo questo intervento mi sono posta una domanda e, alla Marzullo, mi sono data una risposta che credo sia molto attinente.
Forse la crescente centralità della psicologia nei contesti educativi è anche l’effetto di una progressiva medicalizzazione della scuola.
Oggi sempre più bambine e bambini vengono letti attraverso la lente dei BES o delle certificazioni, mentre molti disagi nascono da fattori educativi, culturali e ambientali: uso precoce e massiccio dei dispositivi digitali, impoverimento delle relazioni, mancanza di tempi educativi strutturati.
In questo scenario il rischio è che difficoltà educative vengano trattate come problemi individuali da “curare”, invece che come questioni collettive da progettare pedagogicamente.
Forse il vero danno è proprio questo: lo spostamento del baricentro dall’educazione come processo culturale e comunitario alla gestione psicologica del disagio, a scapito della centralità dei/delle pedagogisti/e e degli/delle educatori/educatrici.
Grazie Domenica, il tuo intervento è centrato e coglie un nodo cruciale.
La medicalizzazione progressiva della scuola è esattamente uno degli effetti più evidenti di questo slittamento culturale. La lettura dei bambini e dei ragazzi quasi esclusivamente attraverso BES, certificazioni, etichette diagnostiche ha finito per spostare l’attenzione dalle cause educative, sociali e ambientali ai presunti “deficit” individuali. È una scorciatoia pericolosa.
Molti dei disagi che osserviamo oggi non nascono da patologie, ma da contesti educativi impoveriti: uso precoce e massiccio dei dispositivi digitali, fragilità relazionali, assenza di adulti educanti stabili, tempi non strutturati, scuola ridotta a prestazione e non a relazione. Trasformare tutto questo in “problemi da curare” significa deresponsabilizzare i sistemi educativi e scaricare sul singolo ciò che è invece una questione collettiva.
Il punto che sollevi è decisivo:
quando l’educazione viene trattata come una questione clinica, il baricentro si sposta inevitabilmente verso la gestione psicologica del disagio, mentre l’educazione perde la sua natura culturale, preventiva, comunitaria e progettuale. Ed è proprio qui che si consuma l’esclusione – spesso silenziosa ma sistematica – di pedagogisti ed educatori.
Non è una guerra tra professioni, ma una **questione di confini scientifici e responsabilità sociali**.
La psicologia ha un ruolo importante, ma non può sostituirsi alla pedagogia, così come la cura non può prendere il posto dell’educazione. Quando questo accade, il danno non è solo professionale: è educativo e culturale, e lo pagano soprattutto i minori.
Grazie davvero per averlo espresso con tanta chiarezza. Questo è esattamente il tipo di riflessione che va portata nel dibattito pubblico.