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Il calcio, sport popolare e diffuso in ogni fascia sociale, dovrebbe rappresentare un potente strumento educativo, capace di trasmettere ai giovani valori quali il rispetto, la cooperazione, la disciplina e il senso di appartenenza a una comunità. Tuttavia, i fatti di cronaca degli ultimi anni raccontano un’altra realtà: arbitri minorenni aggrediti, risse tra genitori sugli spalti, bambini insultati o addirittura picchiati da adulti.

L’episodio avvenuto a Collegno nel settembre 2025, durante il torneo Under 14 Super Oscar, è emblematico. Un padre quarantenne ha scavalcato la recinzione ed è entrato in campo per picchiare con estrema violenza il portiere avversario di appena tredici anni, provocandogli fratture e ricovero ospedaliero. Un gesto che non solo ha segnato profondamente la vittima, ma ha anche scosso educatori, allenatori e coetanei, mettendo in luce quanto fragile sia la funzione formativa del calcio giovanile in assenza di un presidio educativo stabile.

Nelle società sportive dilettantistiche, la formazione dei giovani calciatori è affidata quasi esclusivamente a tecnici sportivi e dirigenti. Ciò comporta una riduzione dell’esperienza sportiva a mera performance agonistica, trascurando la dimensione educativa e sociale. In questo vuoto pedagogico proliferano:

• comportamenti violenti e antisportivi, alimentati dalla pressione di genitori e dirigenti;

• logiche affaristiche, con selezioni precoci dei “talenti” e marginalizzazione dei ragazzi considerati meno promettenti;

• infiltrazioni mafiose e malavitose, che utilizzano il calcio dilettantistico come strumento di controllo sociale e di interesse economico.

Lo sport perde così la sua funzione di palestra di democrazia, per trasformarsi in un contesto che normalizza la violenza e l’egoismo.

La pedagogia critica sottolinea da tempo che le agenzie educative – scuola, famiglia, sport – non devono mai essere separate dal compito di formare cittadini responsabili e rispettosi delle regole democratiche. Se lo sport tradisce questa funzione, rischia di legittimare modelli autoritari, competitivi e clientelari, in netto contrasto con i principi fondanti della convivenza civile.

L’aggressione di Collegno non è un fatto isolato, ma un campanello d’allarme che denuncia la fragilità del sistema educativo sportivo. È dunque necessario un intervento strutturale che vada oltre le misure punitive o repressive.

La presenza del pedagogista nelle scuole calcio dovrebbe essere resa obbligatoria. Le sue funzioni sarebbero molteplici:

• mediazione educativa tra tecnici, famiglie e giovani atleti;

• formazione continua degli allenatori sui temi del rispetto, dell’inclusione e della prevenzione dei conflitti;

• supporto alle famiglie nel riconoscere il valore educativo dello sport, limitando derive iper-competitive;

• presidio di legalità contro logiche malavitose e interessi distorti.

Il pedagogista, con le sue competenze in progettazione educativa e gestione dei processi formativi, restituirebbe al calcio la sua funzione primaria: essere palestra di cittadinanza e luogo pulito di crescita personale e sociale.

Il caso di Collegno, come altri simili registrati negli ultimi anni in tutta Italia, dimostra che lo sport giovanile è diventato un campo fragile, esposto a derive violente e affaristiche. Per restituire allo sport il suo autentico valore formativo e democratico è urgente un investimento educativo: l’introduzione obbligatoria del pedagogista in tutte le scuole calcio.

Lo sport non può essere lasciato in balia dell’egoismo e della violenza: deve tornare a essere una comunità pulita, capace di trasmettere ai giovani i valori fondanti della nostra società democratica – rispetto, solidarietà, giustizia e legalità.

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