di Stefania Del Gaudio, educatrice professionale specializzata nel metodo Montessori,
gestore di nidi d’infanzia e scuole paritarie tra Castellammare di Stabia e Pompei. Socia Apei
Di recente, una semplice canzoncina ha attraversato i social, le scuole e le case di molti genitori, accendendo un dibattito profondo sul tema del corpo e del consenso.
Tutto è iniziato in Namibia, con una maestra, Gelda Waterboer, che ha condiviso su TikTok un video in cui canta con i suoi piccoli alunni These Are My Private Parts.
Il messaggio è chiaro: il corpo è nostro, nessuno può toccarlo senza permesso.
L’eco di quella melodia è arrivata anche in Italia, grazie all’insegnante Silvia Contenti, che l’ha tradotta e adattata in una versione dal ritornello ormai noto:
“Le mie parti intime intime intime
Nessuno può toccarle,
Nessuno può guardarle,
Neanche accarezzarle.
E se tu le toccherai,
Lo dirò alla mamma,
Lo dirò al papà,
Anche alla maestra.
Questo è il mio corpo e decido io.”
Una canzoncina che ha commosso molti, ma che ha anche sollevato interrogativi e perplessità.
C’è chi la considera un potente strumento di educazione al consenso e chi, invece, teme che un messaggio così netto, rivolto a bambini in età prescolare, possa risultare troppo rigido o inappropriato.
Il corpo come casa e scoperta
Condivido la preoccupazione di molti adulti per la vulnerabilità dei bambini, soprattutto in tempi in cui leggiamo di intimità violate e infanzie ferite.
Ma è proprio per questo che credo sia necessario educare al rispetto del corpo attraverso la cura, non attraverso il divieto.
L’esplorazione del proprio corpo è un atto naturale, parte integrante del percorso di crescita.
Fin dai primi mesi di vita, i bambini imparano a conoscersi attraverso i sensi. Tra i 12 e i 18 mesi iniziano a esplorare anche le parti intime, spinti da curiosità e dal bisogno di conoscenza.
Tra i 2 e i 3 anni questa consapevolezza cresce, e dai 3 ai 5 anni si amplia fino alla curiosità verso l’altro e alla comprensione delle differenze di genere.
Dai 7 anni in poi, emerge il pudore, il senso dei confini, la consapevolezza di sé e dell’altro.
Queste tappe sono fisiologiche, naturali, preziose.
Per questo, porre troppa enfasi sul “non toccare” o “non guardare” rischia di spostare l’attenzione dal rispetto al divieto, alimentando nel bambino un senso di colpa o di vergogna.
E poi, come lo aggiustiamo quel bambino che inizia a sentirsi “sbagliato”, “disobbediente”, “sporco”?
Un bambino che, facendo ciò che la natura lo chiama a fare — conoscere sé stesso — si ritrova a pensare di aver commesso un errore?
Il peso della responsabilità: un carico troppo grande per i piccoli
Mi chiedo spesso: come possiamo delegare al bambino la responsabilità della propria protezione?
Il compito di vegliare, proteggere, prendersi cura è dell’adulto.
Un bambino non può comprendere fino in fondo il significato di una frase come “questo è il mio corpo e decido io”.
Lo può ripetere, sì, ma senza coglierne la complessità, rischiando di viverla come un divieto o come una paura.
L’autonomia non si insegna con una filastrocca.
Si costruisce nel tempo, con l’ascolto, con la presenza, con l’esempio.
È compito nostro, come genitori ed educatori, insegnare ai bambini che il corpo è un luogo sacro di rispetto, ma senza trasformarlo in un campo minato di divieti e sospetti.
Educare al rispetto, non alla paura
Credo che la vera educazione al consenso inizi molto prima delle parole e molto oltre le canzoncine.
Inizia nei gesti quotidiani: quando rispettiamo i tempi del bambino, quando chiediamo permesso per abbracciarlo, quando ascoltiamo un “no” senza forzarlo.
Lì nasce la fiducia. Lì nasce la consapevolezza del proprio corpo e del proprio valore.
L’educazione al rispetto, del proprio corpo e di quello altrui, deve essere monitorata quotidianamente, in dialogo costante tra scuola e famiglia, attraverso una comunicazione non violenta e relazioni autentiche.
Per questo, dico con convinzione:
Va bene la canzoncina, ma assicuratevi che non l’ascolti un bambino.
Perché quella melodia, in fondo, non parla a loro.
Parla a noi adulti — ci ricorda che la responsabilità di proteggere, accompagnare e educare resta nostra.
E che il modo migliore per farlo è stare accanto ai bambini con rispetto, presenza e amore, senza paura, ma con la consapevolezza che ogni gesto d’attenzione è il primo passo verso la libertà.