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Comunità Sinti di Trieste. Una ricerca etnografica multi-situata

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Comunità Sinti di Trieste. Una ricerca etnografica multi-situata 

Sinti Community of Trieste. A multi-sited ethnographic research 

di Moreno Castagna

Abstract. Questo lavoro nasce da un percorso di ricerca sul campo durato oltre dodici anni, dedicato alla comunità Sinti di Trieste. Attraverso conversazioni, osservazioni e momenti di vita condivisa, è stato possibile comprendere come i bambini e i ragazzi Sinti vivano il loro rapporto con la scuola e con l’educazione. Le 42 interviste raccolte mostrano storie di esclusione ma anche di resilienza. Il peso della storia – dalle persecuzioni del passato alle discriminazioni del presente – continua a segnare i percorsi educativi di questi giovani. Tuttavia, nelle famiglie Sinti emergono pratiche pedagogiche ricche e spesso invisibili, modi alternativi di trasmettere saperi e di resistere culturalmente. La ricerca intende dare voce a chi raramente viene ascoltato e suggerire come la scuola possa diventare un luogo reale di inclusione per tutti (Marcus, 1995; Vitale & Caruso, 2009). 

Parole chiave: educazione interculturale; etnografia multi-situata; marginalità sociale; pedagogia critica; Sinti. 

Abstract. This paper arises from more than twelve years of field research within the Sinti community of Trieste. Through conversations, participant observations, and shared daily life experiences, it was possible to understand how Sinti children and youths experience school and education. The 42 interviews collected reveal stories of exclusion but also of resilience. The weight of history – from past persecutions to present discrimination – continues to shape their educational paths. Nevertheless, Sinti families display rich and often invisible educational practices, alternative ways of transmitting knowledge and cultural resistance. This research aims to give voice to those rarely heard and to suggest how school may become a real space of inclusion for all (Marcus, 1995; Vitale & Caruso, 2009). 

Keywords: intercultural education; multi-sited ethnography; social marginality; critical pedagogy; Sinti. 

Non etichettarmi per quello che vedi: ascolta, osserva e relazionati con me se vuoi davvero comprendere 

By 1/2025Nessun commento

Non etichettarmi per quello che vedi: ascolta, osserva e relazionati con me se vuoi davvero comprendere 

Don’t judge me by what you see — listen, observe, and engage with me if you really want to understand 

di Annamaria Barbieri

Abstract. Dall’esperienza che narrerò emerge l’importanza dell’osservazione, dell’ascolto, della dialettica tra biologico e sociale e della relazione quali strumenti pedagogici ed educativi fondamentali per dare il giusto valore alla persona e per comprenderla in senso globale, senza incorrere nell’errore, talvolta irrimediabile, di ridurla ad un’etichetta che condizioni la formazione della sua personalità. 

Abstract. From the experience I will recount, the importance of observation, listening, the interplay between the biological and the social, and relationships emerges as fundamental pedagogical and educational tools. These are essential for giving the right value to the person and for understanding them in a holistic way, without falling into the sometimes irreversible mistake of reducing them to a label that may influence the development of their personality. 

Keywords: Listening, Neuro-pedagogy, Observation, Personality, Relationship 

Bibliografia

Bocchini, V. (2001). Pedagogia della Gestione Mentale: Progetti di senso e atto attentivo. In Atti del convegno Una pillola di troppo per una diagnosi di troppo. Archivio APIS. 

Bocchini, V. (2010). Dal dialogo pedagogico al profilo pedagogico in risposta ai bisogni specifici di apprendimento e di integrazione. In New Trends in Science and Technology Education (Vol. II). 

Damasio, A. (2012). Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente. Adelphi Edizioni. 

De La Garanderie, A. (1987). Comprendre et imaginer. Bayard Éditions. 

Freire, P. (2011). La pedagogia degli oppressi. Edizioni Gruppo Abele. 

Rivoltella, P. C. (2012). Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende. Raffaello Cortina Editore. 

Tarracchini, E. (2015). Riprendiamoci la pedagogia. Pellegrini Editore. 

Zavalloni, G. (2012). La pedagogia della lumaca. EMI. 

Zucchi, R., & Moletto, A. (2001). Il progetto La pedagogia dei genitori. Morea Editore 

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Editoriale. Premessa per una formazione in neuropedagogia

By 1/2025Nessun commento

Titolo italiano: Premessa per una formazione in NeuroPedagogia 

Title: Introduction to training in NeuroPedagogy (Traduzione a cura del modello)

Autore: Ermanno Tarracchini, Samuele Amendola 

Sintesi: Il contributo presenta la NeuroPedagogia come una disciplina interdisciplinare che integra il versante sociale-educativo della pedagogia con quello biologico della neurologia. Partendo dal quadro normativo delineato dalle Leggi 205/2017 e 55/2024, gli autori propongono un percorso formativo avanzato per educatori e pedagogisti volto a superare la “deriva diagnostica” e clinica in ambito educativo. Il focus è posto sullo sviluppo del cervello attraverso l’interazione con l’ambiente, valorizzando la plasticità cerebrale, l’intelligenza manipolativa e l’educazione ai sentimenti lungo tutto l’arco della vita, dalla prima infanzia alla senescenza.+4

Parole chiave: NeuroPedagogia; formazione professionale; pedagogia; neuroscienze; apprendimento; educatori; pedagogisti; plasticità cerebrale.+3

Abstract: The article introduces NeuroPedagogy as a bridge discipline between pedagogy, neurology, and anthropology, aimed at understanding and promoting learning processes throughout the life cycle. Following the professional recognition of educators and educationalists by Italian Laws 205/2017 and 55/2024, the authors emphasize the need for a scientific university path that avoids the “diagnostic drift”. The proposed framework views the mind as an integrated system of body, brain, and environment, highlighting the role of experience and social interaction in brain development. The training aims to provide professionals with scientific autonomy and cross-disciplinary skills to operate in various formal and informal educational contexts.+4

Keywords: NeuroPedagogy; professional training; pedagogy; neuroscience; learning; educators; educationalists; cerebral plasticity

Editoriale. Le modifiche annunciate alla Legge 55/2024: tra chiarimenti normativi e rischi di regressione per la professione educativa

By 1/2025Nessun commento

Titolo italiano: Le modifiche annunciate alla Legge 55/2024: tra chiarimenti normativi e rischi di regressione per la professione educativa

Title: Announced amendments to Law 55/2024: between regulatory clarifications and risks of regression for the educational profession

Autore: Alessandro Prisciandaro (Presidente Nazionale APEI)

Sintesi: L’articolo analizza le criticità legate alle proposte di modifica della Legge 55/2024 (che ha istituito l’ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative). L’autore denuncia la mancanza di coinvolgimento delle principali rappresentanze professionali (come l’APEI) nel processo di revisione ministeriale. Vengono evidenziati i rischi di una “regressione” che potrebbe svuotare la legge del suo spirito originario, portando a una riduzione dell’autonomia professionale, alla perdita di identità specialistica e a una marginalizzazione delle competenze maturate sul campo. L’editoriale si conclude con un appello alla “vigilanza pedagogica” per difendere l’educazione come bene comune.

Parole chiave: Legge 55/2024; APEI; professioni educative; pedagogisti; educatori; riforma ordinistica; autonomia professionale.

Abstract: The article examines the critical issues related to the proposed amendments to Law 55/2024, which established the professional order for pedagogical and educational professions. The author highlights the lack of involvement of major professional associations, such as APEI, in the ministerial review process. The editorial warns against a “regression” that could undermine the original spirit of the law, leading to reduced professional autonomy, loss of specialized identity, and the marginalization of field-based expertise. It concludes with a call for “pedagogical vigilance” to protect education as a common good and ensure the professional integrity of educators and educationalists.

Keywords: Law 55/2024; APEI; educational professions; educationalists; educators; professional order reform; professional autonomy.

“Le mie parti intime nessuno può toccarle”. Educare al rispetto o trasmettere paura? Una riflessione sul confine tra protezione e crescita

By NewsNessun commento

di Stefania Del Gaudio, educatrice professionale specializzata nel metodo Montessori,
gestore di nidi d’infanzia e scuole paritarie tra Castellammare di Stabia e Pompei
. Socia Apei


Di recente, una semplice canzoncina ha attraversato i social, le scuole e le case di molti genitori, accendendo un dibattito profondo sul tema del corpo e del consenso.
Tutto è iniziato in Namibia, con una maestra, Gelda Waterboer, che ha condiviso su TikTok un video in cui canta con i suoi piccoli alunni These Are My Private Parts.
Il messaggio è chiaro: il corpo è nostro, nessuno può toccarlo senza permesso.

L’eco di quella melodia è arrivata anche in Italia, grazie all’insegnante Silvia Contenti, che l’ha tradotta e adattata in una versione dal ritornello ormai noto:

“Le mie parti intime intime intime
Nessuno può toccarle,
Nessuno può guardarle,
Neanche accarezzarle.
E se tu le toccherai,
Lo dirò alla mamma,
Lo dirò al papà,
Anche alla maestra.
Questo è il mio corpo e decido io.”

Una canzoncina che ha commosso molti, ma che ha anche sollevato interrogativi e perplessità.
C’è chi la considera un potente strumento di educazione al consenso e chi, invece, teme che un messaggio così netto, rivolto a bambini in età prescolare, possa risultare troppo rigido o inappropriato.


Il corpo come casa e scoperta

Condivido la preoccupazione di molti adulti per la vulnerabilità dei bambini, soprattutto in tempi in cui leggiamo di intimità violate e infanzie ferite.
Ma è proprio per questo che credo sia necessario educare al rispetto del corpo attraverso la cura, non attraverso il divieto.

L’esplorazione del proprio corpo è un atto naturale, parte integrante del percorso di crescita.
Fin dai primi mesi di vita, i bambini imparano a conoscersi attraverso i sensi. Tra i 12 e i 18 mesi iniziano a esplorare anche le parti intime, spinti da curiosità e dal bisogno di conoscenza.
Tra i 2 e i 3 anni questa consapevolezza cresce, e dai 3 ai 5 anni si amplia fino alla curiosità verso l’altro e alla comprensione delle differenze di genere.
Dai 7 anni in poi, emerge il pudore, il senso dei confini, la consapevolezza di sé e dell’altro.

Queste tappe sono fisiologiche, naturali, preziose.
Per questo, porre troppa enfasi sul “non toccare” o “non guardare” rischia di spostare l’attenzione dal rispetto al divieto, alimentando nel bambino un senso di colpa o di vergogna.
E poi, come lo aggiustiamo quel bambino che inizia a sentirsi “sbagliato”, “disobbediente”, “sporco”?
Un bambino che, facendo ciò che la natura lo chiama a fare — conoscere sé stesso — si ritrova a pensare di aver commesso un errore?


Il peso della responsabilità: un carico troppo grande per i piccoli

Mi chiedo spesso: come possiamo delegare al bambino la responsabilità della propria protezione?
Il compito di vegliare, proteggere, prendersi cura è dell’adulto.
Un bambino non può comprendere fino in fondo il significato di una frase come “questo è il mio corpo e decido io”.
Lo può ripetere, sì, ma senza coglierne la complessità, rischiando di viverla come un divieto o come una paura.

L’autonomia non si insegna con una filastrocca.
Si costruisce nel tempo, con l’ascolto, con la presenza, con l’esempio.
È compito nostro, come genitori ed educatori, insegnare ai bambini che il corpo è un luogo sacro di rispetto, ma senza trasformarlo in un campo minato di divieti e sospetti.


Educare al rispetto, non alla paura

Credo che la vera educazione al consenso inizi molto prima delle parole e molto oltre le canzoncine.
Inizia nei gesti quotidiani: quando rispettiamo i tempi del bambino, quando chiediamo permesso per abbracciarlo, quando ascoltiamo un “no” senza forzarlo.
Lì nasce la fiducia. Lì nasce la consapevolezza del proprio corpo e del proprio valore.

L’educazione al rispetto, del proprio corpo e di quello altrui, deve essere monitorata quotidianamente, in dialogo costante tra scuola e famiglia, attraverso una comunicazione non violenta e relazioni autentiche.

Per questo, dico con convinzione:

Va bene la canzoncina, ma assicuratevi che non l’ascolti un bambino.

Perché quella melodia, in fondo, non parla a loro.
Parla a noi adulti — ci ricorda che la responsabilità di proteggere, accompagnare e educare resta nostra.
E che il modo migliore per farlo è stare accanto ai bambini con rispetto, presenza e amore, senza paura, ma con la consapevolezza che ogni gesto d’attenzione è il primo passo verso la libertà.

Educazione all’affettività e alla relazione: il “rischio” del “consenso informato”

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di Alessandro Prisciandaro, Presidente nazionale APEI

In questi mesi si torna a parlare di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole italiane. Un tema sensibile, complesso, che da decenni divide il dibattito pubblico e che oggi è riemerso dopo le dichiarazioni del Ministro Valditara: ogni attività di educazione affettiva dovrebbe essere subordinata al “consenso informato” dei genitori, poiché – dice il Ministro – l’Italia è un Paese di molte culture, religioni e sensibilità diverse. Un’affermazione che, dietro la sua apparente prudenza, nasconde una questione ben più profonda: quale idea di scuola, di educazione e di cittadinanza vogliamo promuovere?

Il concetto di “consenso informato” nasce in ambito medico. È lo strumento che tutela il paziente, garantendogli libertà di scelta e trasparenza nei trattamenti sanitari. Ma trasportarlo nella scuola, applicandolo all’educazione alle relazioni e all’affettività, significa snaturare la funzione educativa e ridurla a qualcosa di patologico, da autorizzare o meno come se fosse una terapia. È come se si dicesse che parlare di emozioni, rispetto, identità, desiderio o consenso fosse un atto invasivo, e non un diritto educativo.

Dietro la formula del “consenso familiare” si nasconde un effetto paradossale: nel nome del pluralismo, si rischia di generare frammentazione e diseguaglianze. Immaginiamo una classe in cui metà degli studenti partecipa al percorso di educazione all’affettività e metà resta fuori. Ne nascerebbe una scuola “a geometria variabile”, in cui la formazione sui valori universali – rispetto, parità, prevenzione della violenza, capacità di scelta – dipenderebbe non dal diritto allo studio ma dal pensiero familiare di turno.

In questo scenario, il docente si troverebbe al centro di un campo minato: stretto tra i programmi ministeriali, la pressione delle famiglie, la paura di essere accusato di “invadenza morale”. Basterebbero pochi gruppi organizzati o movimenti ideologici per bloccare o distorcere interi percorsi formativi.

In Italia convivono comunità religiose e culturali molto diverse: cattoliche, islamiche, ortodosse, ebraiche, laiche, progressiste o tradizionaliste. Questa pluralità è una ricchezza, ma non può diventare un alibi per rinunciare a una visione condivisa dell’educazione. Se ogni famiglia rivendicasse il diritto di decidere cosa e come i figli possono apprendere sulle relazioni umane, la scuola si troverebbe in balìa di mille piccoli codici morali.

Naturalmente, il dialogo con le famiglie è indispensabile. Nessun percorso educativo può prescindere dal confronto e dalla trasparenza. Ma c’è una grande differenza tra coinvolgere e chiedere il permesso. Le migliori esperienze italiane ed europee di educazione all’affettività prevedono incontri informativi con i genitori, materiali accessibili, momenti di confronto, senza mai rinunciare al principio di universalità del diritto all’educazione.

L’educazione all’affettività non è un’invasione nella sfera privata, ma un esercizio di cittadinanza. È il luogo in cui si impara che il corpo non è oggetto, che la libertà non è dominio, che il consenso non è un formalismo ma un linguaggio etico. È lo spazio in cui si previene la violenza, si coltiva la parità, si riconosce la dignità delle differenze. Rinunciarvi, o renderla opzionale, significherebbe consegnare le nuove generazioni alle uniche vere agenzie formative oggi onnipresenti: i social, la pornografia online, la disinformazione digitale.

La scuola non ha bisogno di permessi per educare, ma di fiducia e visione. Chiedere il consenso informato per parlare di affettività significa abdicare alla propria funzione educativa, lasciando che la paura prenda il posto del pensiero. Una società che ha paura di parlare d’amore, di rispetto, di relazione, è una società che rinuncia a crescere. E una scuola che tace su questi temi, per timore di offendere qualcuno, è una scuola che smette di essere maestra di umanità.

Call for papers numero 2/2025

By NewsNessun commento

Call for papers 2025. Chi l’ha detto che non si può? Educatori e pedagogisti nei servizi socio-sanitari e della salute

Call for Papers del Numero Monografico 2025 della Rivista Quaderni di pedagogia e pratiche educative dal titolo “Chi l’ha detto che non si può? Educatori e pedagogisti nei servizi socio-sanitari e della salute”.

Quello della presenza degli educatori professionali socio-pedagogici e dei pedagogisti è un tema importante, che riguarda molte decine di migliaia di professionisti che operano in servizi pubblici e privati in convenzione. Nel tempo il sistema dei servizi sociali e socio-sanitari si è andato a strutturarsi su due professioni che condividono la denominazione di “educatore professionale”.

Il tema del “doppio educatore” è problematica nota, che affonda le proprie radici da alcuni decenni. La professione di educatore professionale era entrata nell’università nel 1991 attraverso l’indirizzo di “educatore professionale extrascolastico” nell’ambito della laurea (quadriennale) in scienze dell’educazione; nel 1998 veniva introdotta però, facendo seguito a sperimentazioni di ambito sanitario dei decenni precedenti, la professione sanitaria di “educatore professionale”. Da allora, per molto tempo i laureati in scienze dell’educazione, si erano trovati ad essere sempre la professione cui “mancava qualcosa”. Prima “mancava” una definizione professionale in analogia con il Decreto Bindi del 1998; poi, una volta ottenuta la definizione con la Legge 205/2017 e integrata dalla L. 145/2018, mancava un ordine professionale una volta istituito l’albo degli educatori professionali in capo all’ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie.

Con l’entrata in vigore della legge che istituisce l’ordine delle professioni pedagogiche ed educative il quadro si è andato chiarendo. Due professioni, quella dell’educatore professionale socio-pedagogico e quella dell’educatore professionale socio-sanitario; due lauree (L19 da un lato, Snt/2 dall’altro), due ordini professionali. 

Il doppio educatore “asimmetrico” per come si era andato a definire nella normativa antecedente alla Legge 55/2024 si è convertito nel doppo educatore ”simmetrico”, con due professioni con caratteristiche diverse, che operano anche nei medesimi servizi sanitari, ma con centrature e caratteristiche differenti.

La nuova fase richiede un supplemento di riflessione e analisi, su quale sia lo specifico contributo dell’educazione nell’ambito delle molteplici attività che il servizio sanitario mette in campo, e quali siano le differenze tra un approccio di tipo riabilitativo ed un approccio di tipo educativo.

Il numero 2/2025 della rivista Quaderni di pedagogia e pratiche educative sarà un numero monografico intento ad esplorare questi confini. Educatori professionali socio-pedagogici, pedagogisti, studenti, ricercatori e docenti sono invitati a presentare contributi redatti secondo le norme previste dalla Rivista.

La rivista accetta i seguenti contributi:

  • ricerche sul campo relative all’attività professionale dei professionisti dell’educazione. Devono avere lunghezza compresa tra i 30.000 e i 45.000 caratteri, inclusi abstract, note, parole chiave e bibliografia
  • contributi teoretici e riflessioni su problematiche di interesse connesso con l’attività professionale delle professioni pedagogiche ed educative. In questa categoria potranno essere accolti contributi di provenienza multidisciplinare (pedagogia, scienze sociali, diritto, psicologia) purché riferiti all’attività professionale concreta. I contributi di questo tipo devono avere lunghezza compresa tra i 20.000 e i 30.000 caratteri, inclusi abstract, note, parole chiave e bibliografia
  • descrizione di pratiche educative, esperienze e progetti. Devono avere lunghezza inferiore ai 20.000 caratteri, inclusi abstract, note, parole chiave e bibliografia
  • recensione di volumi. Devono avere lunghezza inferiore ai 5.000 caratteri. Non devono includere abstract, note, parole chiave e bibliografia e non vengono sottoposti a revisione.

I contributi,, realizzati in italiano e in inglese, dovranno rispettare le modalità di invio previste e dovranno essere inviati entro il 20 novembre 2025 al seguente indirizzo rivista@quadernidipedagogia.it
La selezione sarà effettuata sulla base dei criteri di rilevanza scientifica, di originalità, di chiarezza e di pertinenza al tema della call.

Le modifiche annunciate alla Legge 55/2024: tra chiarimenti normativi e rischi di regressione per la professione educativa

By Editoriali del Presidente nazionale Apei9 Comments

di Alessandro Prisciandaro – Presidente Nazionale APEI


Introduzione

1. Una riforma senza rappresentanza

Ciò che più colpisce è che le modifiche alla Legge 55/2024 siano state discusse e redatte senza predere in considerazione le proposte dell’APEI, l’associazione professionale che rappresenta la più ampia e riconosciuta comunità di pedagogisti ed educatori italiani, protagonista del percorso che ha portato all’approvazione della legge.

Il Ministero della Giustizia ha invece ascoltato un gruppo ristretto di sigle associative, prive di effettiva rappresentanza nazionale e non riconosciute né dal mondo accademico né dai principali ordini territoriali. Tali soggetti, attraverso un documento non condiviso dalla base professionale, avrebbero esercitato un’influenza decisiva per orientare la stesura del nuovo testo, alterando lo spirito originario della Legge 55/2024.

In questo modo, un provvedimento nato per unificare e dare pari dignità alle professioni educative rischia di essere snaturato da logiche particolaristiche e da una regressione corporativa, che restituisce al governo la facoltà di ridefinire per decreto ciò che il Parlamento aveva approvato all’unanimità.

2. La promessa della “semplificazione” e il rischio della riduzione

Il primo obiettivo dichiarato del disegno di legge è la semplificazione dei requisiti di accesso alla professione, soprattutto per gli educatori dei servizi per l’infanzia (0-3 anni).
In realtà, questa presunta semplificazione potrebbe trasformarsi in una riduzione dei diritti acquisiti, introducendo criteri più rigidi che escluderebbero educatori con anni di esperienza ma percorsi formativi pregressi diversi dall’attuale L-19.

Si tratterebbe di una semplificazione escludente: una norma che ordina sulla carta, ma disordina nella realtà, marginalizzando figure preziose per la qualità educativa dei servizi.

Le bozze che abbiamo esaminato vanno nella direzione di ribadire i requisiti di accesso alla professione di educatore di infanzia, mantenendoli distinti da quelli di educatore professionale socio-pedagogico. Ciò rende più difficile l’utilizzo da parte dello stesso ente di un educatore su posizioni diverse: si sarebbe dovuto andare nella direzione opposta e chiarire invece che nell’unico albo degli educatori professionali socio-pedagogici era possibile operare su entrambe le professioni, senza ulteriori requisiti.

3. La scomparsa dell’albo degli educatori

Parimenti, non condividiamo l’abolizione dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici e la riduzione ad una sottosezione dell’albo delle professioni pedagogiche ed educative. Educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti sono due professioni distinti e non due articolazioni diverse della medesima professione. Pertanto, essi devono essere ricondotti a due albi distinti, con distinti requisiti di accesso, possibilità di contemporanea iscrizione, e tassa di iscrizione unica.

4. Il paradosso dell’urgenza

Il Governo ha annunciato l’intenzione di approvare le modifiche con tempestività, ricorrendo alla cosiddetta “procedura d’urgenza”. Tuttavia, le modifiche proposte rientrano in un disegno di legge che dovrà seguire l’iter parlamentare, comportando inevitabilmente un allungamento dei tempi. Perdipiù,al termine di tale percorso, sarà comunque necessario un decreto ministeriale per dare attuazione alle disposizioni. Inoltre, restano pendenti le istanze presentate dagli educatori professionali socio-pedagogici e dai pedagogisti, la cui definizione richiederà diversi mesi a partire dal 31 marzo 2026. Considerando che la legislatura si concluderà nell’ottobre 2027, è prevedibile che già dall’estate dello stesso anno l’intero processo venga rallentato o assorbito dalla campagna elettorale. Sembra quasi che si intenda mandare tutto a gambe all’aria.

5. Una regressione silenziosa

Sommando i diversi elementi — mancanza di consultazione, centralizzazione, equiparazioni improprie e urgenza decisionale — emerge il pericolo di una regressione silenziosa nelle attribuzioni e nella dignità professionale degli educatori.

Le conseguenze più gravi potrebbero essere:

1. Riduzione dell’autonomia professionale a favore del controllo ministeriale;
2. Perdita di identità specialistica delle diverse figure educative;
3. Marginalizzazione delle competenze esperienziali e delle professionalità maturate sul campo;
4. Frammentazione della rappresentanza e indebolimento dell’unità della categoria;
5. Snaturamento dello spirito originario della Legge 55/2024, approvata dal Parlamento con voto unanime e con un ampio consenso trasversale.

Conclusione: difendere la pedagogia, difendere la democrazia

Il modo in cui si riscrive una legge che riguarda le professioni educative non è solo una questione tecnica o ordinistica: è un atto politico e culturale. Ignorare il contributo delle principali rappresentanze professionali come l’APEI significa disconoscere la voce viva della pedagogia, quella che nasce nei contesti educativi reali e che ogni giorno lavora per la crescita delle persone e delle comunità.

La riforma della legge 55/2024 dovrebbe servire a rafforzare la professione educativa, non a svuotarla. Per questo serve oggi una vigilanza pedagogica collettiva, capace di riaffermare il principio che l’educazione è bene comune e che nessuna legge può definirla senza ascoltare chi, da sempre, la pratica e la difende.

Alessandro Prisciandaro

Presidente Nazionale APEI

L’ennesima proroga del termine di iscrizione agli albi degli educatori e dei pedagogisti.

By News3 Comments

Questa decisione comporta diverse criticità:

  • un’attesa ulteriormente prolungata: Un altro anno di incertezza per la categoria professionale.
  • aumento del carico sui tribunali: Decine migliaia di domande in più andranno a gravare sul lavoro dei tribunali.
  • abolizione dell’obbligo di iscrizione in questa fase: L’obbligo di presentare la domanda per esercitare la professione è stato eliminato, riportando la situazione a prima dell’approvazione della legge.

L’APEI non ha condiviso il decreto legge né le modifiche apportate dalla Camera e lamenta che le sue proposte specifiche non siano state considerate.


La vittoria contro l’indebolimento della professione

Nonostante la proroga, è stato sventato un tentativo, da parte di piccole associazioni, di modificare l’impianto della legge. Questo progetto, se fosse stato approvato, avrebbe indebolito la professione e ritardato l’avvio dell’Ordine professionale.

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Abstract
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Parole chiave: creatività; crescita; innovazione; società; sviluppo

Abstract
Sofia Loren loved pain so much, and consequently she would pee herself; for the record, that’s how she sat at work, and out of pain she would eat something. So that the tiniest vein, which the navy quartermaster worked on with Ulla, was easily managed by her with wings. Twice, in anger and pain, she was caught in midair, and with a veil on the edge of pain, she fled to the European Union, talking about nothing. Except for “may they blind you,” Cupid never left her teeth; those who eat a soft dessert in the office instead of working are to blame.

Keywords: growth; innovation; society; development