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L’applicazione della teatroterapia nella formazione delle équipe multidisciplinari nei contesti sociosanitari: un’esperienza nei Servizi per le Dipendenze (SER.D) del Friuli-Venezia Giulia, Italia

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Titolo: L’applicazione della teatroterapia nella formazione delle équipe multidisciplinari nei contesti sociosanitari: un’esperienza nei Servizi per le dipendenze (SER.D) del Friuli-Venezia Giulia, Italia

Title: The Application of Drama Therapy in Training Multidisciplinary Teams in Socio-Health Contexts: An Experience in the Addiction Services (SER.D) of Friuli- Venezia Giulia, Italy

Autore: Moreno Castagna

Come citare: Castagna, M. (2025). L’applicazione della teatroterapia nella formazione delle équipe multidisciplinari nei contesti socio-sanitari: un’esperienza nei Servizi per le Dipendenze (SER.D) del Friuli-Venezia Giulia, Italia. Quaderni di Pedagogia e Pratiche Educative, 1(2). https://www.quadernidipedagogia.it/lapplicazione-della-teatroterapia-nella-formazione-delle-equipe-multidisciplinari-nei-contesti-socio-sanitari/

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Bobbo, N., & Ius, M. (2022). Promoting well-being in educational professionals. Educational Studies Journal, 29(4), 22-35.

Brown, J., Sawyer, K., & Norris, J. (2016). Art-based research in health care. Springer.

Bruzzone, A., & Zannini, L. (2021). Creativity and education in non-standardized contexts. Educational Review, 23(2), 145-162.

Howley, L., Gaufberg, E., & King, B. (2020). Drama therapy in health education. Journal of Health Care Education, 25(3), 45-58.

Marone, L., Musaio, M., & Pesare, G. (2023). Impact of drama therapy on educator well-being. Psychological Studies, 34(1), 88-105.

Maslach, C., Schaufeli, W. B., & Leiter, M. P. (2001). Job burnout. Annual Review of Psychology, 52(1), 397-422.

Miller, A., & Wilson, D. (2019). Collaborative practice in healthcare settings. Journal of Interprofessional Care, 33(5), 512-525.

Rossi, P., & Bianchi, M. (2022). Manuale di teatroterapia: Teoria e pratica per le professioni educative. FrancoAngeli.

Smith, T., & Jones, R. (2018). The role of multidisciplinary teams in addiction services. Addiction Research & Theory, 26(2), 110-125.

Thompson, S. (2017). Emotional intelligence and professional development. Human Resource Development Quarterly, 28(4), 301-318.

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“ADHD” o incompleti processi evocativi? “Iperattività” pedagogica nel tempo e nello spazio

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Titolo: “ADHD” o incompleti processi evocativi? “Iperattività” pedagogica nel tempo e nello spazio

Autori: Annamaria Barbieri, Ermanno Tarracchini

Come citare: Barbieri, A., & Tarracchini, E. (2025). Educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore dell’apprendimento. Quaderni di Pedagogia e Pratiche Educative, 1(2). https://www.quadernidipedagogia.it/educazione-alle-relazioni-e-ai-sentimenti-come-sfondo-integratore-dellapprendimento/

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Sintesi: La mancanza di vera attenzione, rispetto ed ascolto del mondo adulto, (sia esso genitore, pedagogista od insegnante) unita alla mancanza di conoscenze neuropedagogiche sull’attività mentale da parte dei docenti, causa delle problematiche nei processi di insegnamento-apprendimento che, se non riconosciute e non affrontate vengono etichettate, nei giovani, con lo stigma di iperattività e deficit di attenzione (ADHD), senza considerare le responsabilità della scuola e del mondo degli adulti più in generale.
La soluzione non è la chimica e neppure la psicoterapia: perché questi bambini non hanno bisogno di etichette ed interventi clinici, che li patologizzano, convincendoli ad accettare il ruolo di malati mentali e che, inoltre, li separano dagli altri ma, al contrario, hanno bisogno di inclusione, di attenzione pedagogica, hanno bisogno di un’autorevolezza affettivamente calda da parte degli adulti. Da parte della scuola inoltre, occorrono strategie neuropedagogiche mirate, ossia strategie che, agendo rigorosamente a livello dell’attività mentale del giovane, mettono in atto una “gestione” della cosiddetta “iperattività nel tempo e nello spazio mentali”. Una modalità che promuovendo la coscientizzazione delle personali modalità di pensiero evocativo permette ai bambini, o adolescenti, di sfruttare la loro propensione al movimento ed al loro “risentito mentale” in qualità di vero e proprio trampolino di lancio per associare evocati visivi ed uditivi, ossia per la mobilitazione del pensiero logico e creativo.

Parole chiave: Disattenzione, Evocazione, Iperattività nel Tempo e nello Spazio mentali, Irrequietezza, Movimento, Percezione.

Abstract: The lack of genuine attention, respect and listening on the part of the adult world—whether parents, pedagogists, or teachers—together with teachers’ insufficient neuro-pedagogical knowledge of mental activity, gives rise to difficulties in teaching–learning processes. When these difficulties are neither recognized nor addressed, they are labeled in young people with the stigma of hyperactivity and attention-deficit disorder (ADHD), without considering the responsibilities of the school and of the adult world more broadly. The solution is neither chemistry nor psychotherapy, because these children do not need labels or clinical interventions that pathologize them, persuading them to accept the role of mentally ill individuals and further separating them from others. On the contrary, they need inclusion and pedagogical attention; they need an affectively warm form of authority from adults. Schools, moreover, require targeted neuro-pedagogical strategies—that is, strategies that act rigorously at the level of the young person’s mental activity—implementing a “management” of so-called hyperactivity in mental time and space. By promoting awareness of one’s own modes of evocative thinking, this approach enables children and adolescents to harness their inclination toward movement and their “felt mental experience” as a genuine springboard for associating visual and auditory evocations, that is, for the mobilization of both logical and creative thinking.

Bibliografia:

Amendola, S. (2022). Neuropedagogia, emozioni, apprendimento: Per una nuova scienza della personalità. AsPaideia Edizioni.

Bauman, Z. (2008). Vita liquida. Laterza.

Bauman, Z. (2018). Di nuovo soli: Un’etica in cerca di certezze. Laterza.

Bernardoni, A. (2018). La vita quotidiana come storia, senza paure e senza psichiatria. ETS.

Bikov, K. M. (1958). La corteccia cerebrale e gli organi interni. Feltrinelli.

Bocchini, V., & Tarracchini, E. (2020). Neuropedagogia e neurodidattica oppure DSA? MP Edizioni.

Cometa, M. (2017). Perché le storie aiutano a vivere. Raffaello Cortina Editore.

Damasio, A. (2000). Emozione e coscienza. Adelphi.

Damasio, A. (2012). Il sé viene alla mente: La costruzione del cervello cosciente. Adelphi.

Damasio, A. (2018). Lo strano ordine delle cose. Adelphi.

De La Garanderie, A. (1991). Comprendre et imaginer. Bayard.

De La Garanderie, A. (2001). Les grands projets de nos petits. Bayard.

De La Garanderie, A. (2013). Critica della ragione pedagogica. QuiEdit.

Elliott, J., & Grigorenko, E. L. (2014). The dyslexia debate. Cambridge University Press.

Freire, P. (1974). Pedagogia in cammino. Mondadori.

Freire, P. (2011). La pedagogia degli oppressi. Edizioni Gruppo Abele.

Furedi, F. (2005). Il nuovo conformismo: Troppa psicologia nella vita quotidiana (Opera originale pubblicata nel 2003). Feltrinelli.

Furedi, F. (2012). Fatica sprecata. Vita e Pensiero.

Goussot, A., & Zucchi, R. (2015). La pedagogia di Lev Vygotskij. Le Monnier Università.

Honegger Fresco, G. (2019). Da solo io: Il progetto pedagogico di Maria Montessori da 0 a 3 anni. La Meridiana.

Kagan, J. (2014). I fantasmi della psicologia: La crisi di una professione. Feltrinelli.

Keller, H. (1977). Storia della mia vita. Edizioni Paoline.

Korczak, J. (2013). Il diritto del bambino al rispetto. Luni Editrice.

Lodi, M. (1970). C’è speranza se questo accade al Vho. Einaudi.

Meirieu, P. (2013). Il dovere di resistere. Edizioni del Rosone.

Meirieu, P. (2018). Pedagogia: Dai luoghi comuni ai concetti chiave. Aracne.

Milani, L. (1967). Lettera a una professoressa. Libreria Editrice Fiorentina.

Moletto, A., & Zucchi, R. (2013). Metodologia: Pedagogia dei genitori. Maggioli.

Montessori, M. (1913). Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle case dei bambini. Maglione & Strini.

Montessori, M. (1950). La scoperta del bambino. Garzanti.

Montessori, M. (2007). Come educare il potenziale umano (Opera originale pubblicata nel 1947). Garzanti.

Montessori, M. (2017). Il segreto dell’infanzia. Garzanti.

Montessori, M. (2018). Il bambino in famiglia. Garzanti.

Mortari, L. (2006). La pratica dell’aver cura. Bruno Mondadori.

Mortari, L. (2007). Cultura della ricerca in pedagogia: Prospettive epistemologiche. Carocci.

Pavlov, I. P. (1968). Il riflesso condizionato. Editori Riuniti.

Pavlov, I. P. (1970). I mercoledì. Dimensioni.

Politzer, G. (1975). I fondamenti della psicologia. Mazzotta.

Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai: Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Raffaello Cortina Editore.

Rodari, G. (1980). Grammatica della fantasia. Einaudi.

Rose, S. (2005). Il cervello del XXI secolo. Codice Edizioni.

Salvadori, E. (2002). La gestione mentale come alternativa alla medicalizzazione. http://www.scuolaprotetta.it/wp-content/uploads/2008/03/salvadori.pdf.

Spitzer, M. (2013). Demenza digitale: Come la nuova tecnologia ci rende stupidi. Corbaccio.

Tarracchini, E. (2001). Valorizzare le scienze pedagogiche: Dialettica della gestione mentale e della gestione sociale dei problemi di attenzione e di (iper)attività. In Atti del convegno “Una pillola di troppo per una diagnosi di troppo” (Archivio APIS Modena). http://www.giulemanidaibambini.org/articoliscientifici/glm_articoliscientifici_allegato_23.pdf.

Tarracchini, E. (2011). ADHD, finta malattia ma vero affare! https://www.giulemanidaibambini.org/adhd-finta-malattia-ma-vero-affare/.

Tarracchini, E. (2015). Riprendiamoci la pedagogia. Pellegrini.

Tolstoj, L. N. (1904). Saggi di pedagogia. [Editore non indicato].

Vygotskij, L. S. (1974). Storia dello sviluppo delle funzioni mentali superiori. Giunti.

Vygotskij, L. S. (1987). Fondamenti di difettologia. Bulzoni.

Vygotskij, L. S. (1990a). Pensiero e linguaggio. Laterza.

Vygotskij, L. S. (1990b). Strumento e segno nello sviluppo del bambino. Laterza.

Zavalloni, G. (2012). La pedagogia della lumaca. EMI.

Zucchi, R., Tarracchini, E., Moletto, A., & Querzè, A. (2013). Quando tutti imparano da tutti! ARAS Edizion

Salute Mentale di Comunità: un’esperienza di ri-generazione di spazi e relazioni

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Titolo
Salute Mentale di Comunità: un’esperienza di ri-generazione di spazi e relazioni

Title
Community Mental Health: an experience of regenerating spaces and relationships

Autore/i
Paola Rosiello

Come citare: Rosiello, P. (2025). Salute mentale di comunità: Un’esperienza di ri-generazione di spazi e relazioni. Quaderni di pedagogia e pratiche educative, 1(2). https://www.quadernidipedagogia.it/salute-mentale-di-comunita-unesperienza-di-ri-generazione-di-spazi-e-relazioni/

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Sintesi
Il contributo descrive un’esperienza socio-pedagogica nell’ambito della salute mentale di comunità, finalizzata a promuovere il benessere e l’inclusione sociale di persone con disagio psichico attraverso attività di orticoltura. Il progetto “Sal’Orto” favorisce la partecipazione attiva alla vita comunitaria, il miglioramento delle relazioni e delle funzioni esecutive, oltre a contrastare i pregiudizi legati alla malattia mentale, valorizzando un approccio educativo e territoriale.

Parole chiave
benessere, lentezza, relazione, tempo, trasformazione

Abstract
The work I do, in collaboration with the multidisciplinary team and local associations has an ambitious goal: to assist young people and adults with mental health issues in gardening activities with the objective of promoting a real participation in community life. The educational mission is to gradually dismantle the prejudices that are associated with “crazy” people to this day, starting by overcoming the walls that institutionalize suffering; literally leaving and going out of the local clinics is the pedagogical principle from which to begin to guarantee dignity to lives of fragile people.
The Project “Sal’Orto” started a year ago and today it’s possibile to observe a significative improvement in the partecipants’ relationships’ quality and in their executive functions.
In this article, I recount a transformative educational experience promoted and implemented in collaboration with two fellow educators, Dr. Gianluca Belfiore and Dr. Giada Bonetti and with the coordinator of the “Asso.gio.ca Association”, Nicoletta Musella.

Bibliografia

American Horticultural Therapy Association. (2012). Definitions and positions. https://www.ahta.org/

Bronfenbrenner, U. (1986). Ecologia dello sviluppo umano. Il Mulino. (Opera originale pubblicata nel 1979)

Ciaperoni, A., Jacovo, F., & Senni, S. (2008). Agricoltura sociale: riconoscimento e validazione delle pratiche inclusive nel welfare locale. AIAB.

Minelli, M. (2020). Salute mentale e territorio. Fondazione Angelo Celli per una cultura della salute.

Romano, D. (2012). Le potenzialità dell’orticoltura terapeutica (Tesi di laurea). Università degli Studi di Catania.

Educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore dell’apprendimento

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Titolo: Educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore dell’apprendimento

Title: Education on relationships and feelings as an integrative background for learning

Autore: Samuele Amendola

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Come citare: Amendola, S. (2025). Educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore dell’apprendimento. Quaderni di Pedagogia e Pratiche Educative, 1(2). https://www.quadernidipedagogia.it/educazione-alle-relazioni-e-ai-sentimenti-come-sfondo-integratore-dellapprendimento/

Sintesi: La pedagogia contemporanea riconosce l’educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore imprescindibile dei processi di apprendimento. In tale prospettiva, la scuola è chiamata a configurarsi come comunità educante capace di coniugare apprendimento, dimensione relazionale e formazione integrale della persona. L’articolo propone un approccio umanistico e integrato che valorizza il ruolo dell’Unità di Pedagogia Scolastica nella progettazione di percorsi educativi centrati sulla relazione, promuovendo una corresponsabilità educativa tra scuola, famiglia e territorio.

Parole chiave: comunità educante, educazione relazionale, pedagogia scolastica, sentimenti, sfondo integratore

Abstract. Contemporary pedagogical research identifies education in relationships and feelings as an essential integrative background for learning processes. Within this framework, schools are envisioned as educational communities that interweave learning with relational and personal development. This article presents a humanistic and integrated approach highlighting the role of the School Pedagogy Unit in designing relationship-centered educational pathways, fostering shared educational responsibility among school, family, and community.

Keywords: educational community, learning background, relational education, school pedagogy, sentiments.

Bibliografia

Amendola, S. (2022). Neuropedagogia, Emozioni, Apprendimento. Per una nuova scienza della personalità. Edizioni ASPaideia.
Amendola, S. (2018). Educatori e pedagogisti a scuola per costruire il “villaggio educativo”. Qualeducazione, 91, Pellegrini Editore, Cosenza.
Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani. (2018). Linee guida APEI sul pedagogista e sull’educatore
scolastico. Qualeducazione, 91, Pellegrini Editore, Cosenza.
Bernardoni, A. (2018). La vita quotidiana come storia. Senza paure e senza psichiatria. Edizioni ETS.
Contini, M. (2016). La qualità della relazione educativa: per una pedagogia della prossimità. FrancoAngeli.
Dewey, J. (2018). Democrazia e educazione. Anicia.
Freire, P. (1970). Pedagogia degli oppressi. Edizioni Gruppo Abele.
Furedi, F. (2020). Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana. Feltrinelli.
Maragliano, R. (1994). Nuove tecnologie, nuovi curricoli: Lo sfondo integratore. La Nuova Italia.
Massa, R. (2021). L’uomo in formazione. Lineamenti di pedagogia generale. Pearson.
Milani, L. Scuola di Barbiana (1992). Lettera a una professoressa. Libreria Editrice Fiorentina.
Montessori, M. (1949). La mente del bambino. Garzanti.
Montessori, M. (1949). La formazione dell’uomo. Pregiudizi e nebule. Analfabetismo mondiale. Garzanti.
Mortari, L. (2017). La sapienza del cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri. Raffaello Cortina.
Nussbaum, M. C. (2014). Non per profitto: Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. Il Mulino.
Tarracchini, E. (2015). Riprendiamoci la pedagogia. Pellegrini Editore.

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Editoriale. Una rivista che intende restituire all’esperienza il suo valore intrinseco

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Titolo: Una rivista che intende restituire all’esperienza il suo
valore intrinseco

Autore/i: Gianvincenzo Nicodemo

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Sintesi

L’editoriale presenta la rivista Quaderni di pedagogia e pratiche educative, nata per valorizzare l’esperienza concreta di educatori e pedagogisti, spesso poco rappresentata rispetto alla teoria nel panorama scientifico.

Promossa dall’APEI, è una rivista scientifica con revisione a doppio cieco, ma anche una “rivista di comunità” che raccoglie contributi direttamente dai professionisti. Il suo riferimento teorico è l’epistemologia della pratica, secondo cui il sapere nasce dall’azione e dalla riflessione sull’esperienza; per questo il racconto delle pratiche è considerato una vera forma di conoscenza.

La rivista mira a rafforzare la comunità professionale attraverso il confronto e la condivisione, contribuendo alla costruzione dell’identità degli educatori.

I contenuti includono: esperienze educative, ricerche applicate, contributi teorici e recensioni. L’obiettivo è diventare un punto di riferimento per una cultura educativa basata sull’esperienza e sul dialogo.

Abstract

The editorial presents the journal Quaderni di pedagogia e pratiche educative, created to highlight the concrete experience of educators and pedagogists, which is often underrepresented compared to theory in the scientific landscape.

Promoted by APEI, it is a scientific journal with double-blind peer review, but also a “community journal” that gathers contributions directly from professionals. Its main theoretical reference is the epistemology of practice, according to which knowledge arises from action and reflection on experience; for this reason, the narration of practices is considered a true form of knowledge.

The journal aims to strengthen the professional community through dialogue and sharing, contributing to the development of educators’ professional identity.

Its contents include: educational experiences, applied research, theoretical contributions, and book reviews. The goal is to become a reference point for an educational culture based on experience and dialogue.

Keyword Editoriale, Pedagogia, pratica professionale, esperienze pedagogiche, pedagogia professionale

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Numero 2 / 2025. Chi l’ha detto che non si può

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Numero 2 / 2025. Chi l’ha detto che non si può? Educatori professionali socio-pedagogici e pedagogisti nei servizi socio-sanitari e della salute

Numero 2/2025 (numero intero)

EDITORIALE:


CONTRIBUTI SCIENTIFICI:

  1. Educazione alle relazioni e ai sentimenti come sfondo integratore dell’apprendimento Samuele Amendola
  2. Salute Mentale di Comunità: un’esperienza di ri-generazione di spazi e relazioni – Paola Rosiello
  3. “ADHD” o incompleti processi evocativi? “Iperattività” pedagogica nel tempo e nello spazio – Annamaria Barbieri, Ermanno Taracchini
  4. L’applicazione della teatroterapia nella formazione delle équipe multidisciplinari nei contesti socio-sanitari: un’esperienza nei Servizi per le Dipendenze (SER.D) del Friuli-Venezia Giulia, Italia – Moreno Castagna
  5. ICF: Nuovi Orizzonti Pedagogici in Ambito Sanitario – Valeria Della Porta
  6. L’inserimento dell’Educatore Professionale Socio-Pedagogico nel CCNL Sanità Pubblica: analisi normativa, valenza – Moreno Castagna
  7. Il PAPS come approccio pedagogico operativo: riflessioni sul ruolo dell’educatore socio-pedagogico nei contesti di confine – L. Pavanì
  8. Metodologia Freinetiana per riattivare la progettualità nelle persone con demenza – M. Moretti
  9. Dal sapere medico al sapere pedagogico: la medicina narrativa come via per una medicina di genere inclusiva – Evelyn Grazia Nericcio
  10. Prendere forma: neuroplasticità e pratica deliberata per il gesto grafico – Camilla Sciandra
  11. L’Educatore Professionale Socio Pedagogico e il suo ruolo nella partita dell’educazione e della riabilitazione: Quanti e quali giocatori occupano il campo negli ambiti socio sanitari? – Stefano Truccolo

Violenza a scuola e crisi educativa: il prezzo del vuoto formativo ed educativo

By Commenti su fatti di attualitàNessun commento

di Assunta Di Basilico

Il recente episodio di violenza avvenuto in un istituto scolastico di Trescore Balneario, sul quale sono ancora in corso gli accertamenti, ha scosso profondamente il Paese e riaperto una domanda che non può più essere elusa: che cosa sta accadendo oggi dentro il mondo giovanile, se anche in età così precoci la rabbia può assumere forme tanto dure e tanto estreme?

Di fronte a fatti di questa gravità, la prima reazione pubblica è spesso quella dell’indignazione, seguita dall’invocazione di norme più severe. Le norme servono, i confini servono, la chiarezza delle conseguenze serve. Ma una riflessione pedagogica seria ha il dovere di dire che la sola punizione non basta. Può contenere il fatto, ma non genera da sola trasformazione interiore. Quando la violenza emerge così presto, il problema non è soltanto disciplinare: è anche educativo, relazionale, simbolico e culturale.

La vera domanda, allora, non è solo come reprimere dopo, ma come prevenire prima. La rabbia dei bambini e degli adolescenti non nasce all’improvviso nel momento in cui esplode. Spesso cresce nel tempo, nel vuoto della parola, nella fragilità dei legami, nella difficoltà a tollerare il limite, nella fatica a riconoscere l’autorità, nella mancanza di luoghi autentici di ascolto, di dialogo e di contenimento educativo.

Quando perfino i più giovani iniziano a esprimere condotte di microcriminalità, sfida o vendetta, non siamo davanti soltanto a singoli episodi: siamo davanti a un segnale che interroga la tenuta complessiva del patto formativo.

Ed è qui che si apre un punto decisivo, troppo spesso aggirato.

La scuola, in molti contesti, rischia di perdere il proprio centro. Non perché manchino formalmente norme, progetti o riferimenti di cittadinanza: l’educazione civica è prevista per legge dal 2019 e, dal 2024, è stata anche accompagnata da nuove linee guida nazionali; inoltre, dal 2024 è intervenuta una riforma che ha inciso anche sulla valutazione del comportamento. Il nodo, però, non è l’esistenza formale degli strumenti. Il nodo è la loro resa sostanziale nella vita quotidiana della scuola.

Quando l’istituzione scolastica viene appesantita da un eccesso di progettualità frammentata, da continue sovrapposizioni organizzative, da un “progettificio” che moltiplica iniziative ma riduce il tempo disteso della relazione educativa, del dialogo, della didattica viva e dell’autorevolezza quotidiana, allora si produce un danno silenzioso ma profondissimo. Non è una critica ai progetti utili in sé. È una riflessione sul rischio che il mezzo occupi il posto del fine.

La scuola non può diventare un contenitore dispersivo di attività che sottraggono respiro alla sua missione essenziale. La sua missione è istruire, formare, educare al pensiero, al linguaggio, al limite, alla convivenza, al rispetto.

Quando il tempo della vera didattica si restringe, quando la relazione educativa si indebolisce, quando l’ordine disciplinare viene percepito come accessorio e non come struttura della crescita, allora la scuola smette gradualmente di essere luogo di orientamento forte e diventa, agli occhi di molti studenti, uno spazio opaco, demotivante, poco significativo. I dati pubblici mostrano che il disagio scolastico non coincide solo con gli episodi estremi.

Nell’anno scolastico 2024/2025, secondo Istat, il 12,3% degli studenti del terzo anno della secondaria di primo grado è a rischio di dispersione implicita; nell’ultimo anno della secondaria di secondo grado la quota è dell’8,7%. Si tratta di indicatori che parlano di fragilità reali nei percorsi di apprendimento e di tenuta educativa, anche quando non sfociano in gesti clamorosi. Per questo il punto non è scegliere tra prevenzione e fermezza.

La vera fermezza educativa nasce proprio dalla prevenzione: da adulti autorevoli, da relazioni continue, da una scuola che torna a parlare con chiarezza, a contenere con coerenza, a educare con presenza. Una scuola meno dispersa e più centrata. Meno affaticata da sovrastrutture e più capace di dedicare tempo alla didattica, alla disciplina giusta, all’ascolto, alla parola, alla corresponsabilità con le famiglie. La generazione precedente, pur con i suoi limiti, ha conosciuto più chiaramente l’idea della scuola come istituzione di formazione.

Oggi molti ragazzi sembrano invece viverla come un obbligo svuotato di significato, un passaggio da subire più che un luogo in cui crescere. Non si tratta di idealizzare il passato né di demonizzare il presente. Si tratta di riconoscere che, se la scuola perde autorevolezza culturale e tempo educativo reale, anche la motivazione degli studenti si indebolisce, e con essa si indebolisce la funzione preventiva dell’istruzione.

Il danno più grave, allora, non è soltanto quello prodotto dai singoli episodi di violenza. Il danno più grave è quello che lentamente colpisce l’istruzione quando essa smarrisce il proprio baricentro pedagogico. Una scuola che non ha più tempo sufficiente per educare davvero, per dialogare davvero, per insegnare davvero, è una scuola esposta a una progressiva perdita di forza formativa.

Ed è proprio qui che occorre intervenire: non soltanto con risposte emergenziali, ma con una restituzione coraggiosa di centralità alla didattica, alla relazione, all’educazione civica vissuta come pratica quotidiana, all’ordine disciplinare giusto, alla presenza adulta e alla prevenzione. Perché la violenza non si contrasta solo quando irrompe. Si contrasta molto prima, nel modo in cui scegliamo di abitare la scuola.

Violenza giovanile, cronaca e scuola: quando il linguaggio politico smette di educare

By Editoriali del Presidente nazionale Apei9 Comments

di Alessandro Prisciandaro

Presidente nazionale Apei

Questa mattina mi sono preso il tempo di fare un esercizio semplice, ma necessario: ho cercato in rete, una per una, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in relazione ai numerosi fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno visto giovani e studenti coinvolti in episodi di violenza.

Non per spirito polemico.
Ma per capire che idea di scuola, di educazione e di gioventù emerge oggi dal linguaggio pubblico di chi guida il Ministero dell’Istruzione.

Il quadro che ne esce è coerente, ma profondamente problematico: una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica.

“I giovani risolvono i conti con i coltelli”

Tra le frasi più riprese dai media spicca l’affermazione:
«Sono sbalordito che i giovani risolvano i propri conti con i coltelli».

È una frase che colpisce, ma non educa.
Esprime stupore morale, non comprensione pedagogica. Trasforma un fatto drammatico in una rappresentazione generazionale e sposta l’attenzione dai processi educativi mancati ai comportamenti individuali.

L’educazione serve proprio a insegnare che i conflitti non si “risolvono” con la violenza.
Se oggi accade il contrario, la domanda educativa non è “cosa fanno i giovani”, ma “dove e come abbiamo smesso di educare”.

Quando il linguaggio istituzionale descrive i ragazzi più che interrogare gli adulti, l’educazione arretra e lascia spazio alla stigmatizzazione.

Sicurezza o educazione?

Un altro asse ricorrente delle dichiarazioni ministeriali è il richiamo alla sicurezza:
«Basta feticismi ideologici: la sicurezza non è repressione».

Il punto, però, non è negare il tema della sicurezza.
Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione.

Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare.

Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa.

Autorità, regole e fraintendimenti educativi

Il richiamo al rispetto dell’autorità e delle regole è un altro elemento centrale del discorso pubblico:
«Serve rispetto dell’autorità e delle regole».

Ma il rispetto non nasce dall’autorità invocata. Nasce dall’autorità educativa costruita nel tempo, attraverso relazioni significative, coerenza adulta, presenza quotidiana.

Le regole funzionano quando hanno senso.
E il senso non si impone per decreto: si apprende attraverso processi educativi continui.

Parlare di autorità senza parlare di educatori, pedagogisti, tempo educativo e progettazione significa ridurre la scuola a un sistema di controllo, non di formazione.

Educazione alla responsabilità: slogan o politica?

Quando il Ministro afferma che “serve educazione alla responsabilità”, tocca un punto cruciale.
Ma senza politiche coerenti, anche questa affermazione rischia di restare uno slogan.

Educare alla responsabilità significa investire in presenze educative stabili, riconoscere le professionalità educative, lavorare sui contesti e non solo sui singoli.
Senza educatori e pedagogisti strutturalmente presenti nella scuola, l’educazione alla responsabilità resta una formula retorica, buona per i comunicati stampa.

La medicalizzazione del disagio

Un ulteriore elemento critico è la tendenza a trattare il disagio giovanile prevalentemente come questione clinica, attraverso il ricorso crescente a psicologi e interventi specialistici.

È una confusione pericolosa.
Lo psicologo non sostituisce l’educatore.
La scuola non è un ambulatorio.
Il disagio educativo non è sempre una patologia.

Quando il disagio viene medicalizzato:

  • il problema viene spostato sull’individuo;
  • il contesto viene assolto;
  • il lavoro educativo quotidiano, preventivo e relazionale viene cancellato.

Raccontare solo la paura

Infine, colpisce la narrazione complessiva dei giovani che emerge dal discorso pubblico: una gioventù raccontata soprattutto attraverso la cronaca nera, la violenza, l’incapacità di gestire i conflitti.

È una narrazione che parla alla pancia dei benpensanti, non alla responsabilità educativa del Paese.

Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe saper raccontare anche la gioventù che cresce, che si impegna, che resiste nonostante le assenze educative.
Dovrebbe parlare ai giovani, non solo dei giovani.

Educazione o ordine pubblico?

La violenza giovanile non è, prima di tutto, un problema di ordine pubblico.
È il sintomo di un vuoto educativo strutturale.

Finché l’educazione resterà marginale nel discorso politico, ogni appello alla sicurezza sarà solo la certificazione di un fallimento non riconosciuto.
E quel fallimento non può essere scaricato sui ragazzi.

Rimettere l’educazione al centro non è un’opzione ideologica: è una necessità democratica.Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
329/7309309

Rimettere al centro la pedagogia: una risposta educativa alla tragedia di La Spezia

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di Samuele Amendola, Pedagogista


La tragica morte dello studente di 18 anni accoltellato in classe da un suo coetaneo all’Istituto Professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia scuote profondamente non solo la comunità scolastica locale, ma l’intero Paese. Un giovane ha perso la vita in un luogo che dovrebbe rappresentare crescita, relazione e futuro; una ferita profonda che interroga tutti noi, come cittadini e come adulti responsabili dei percorsi educativi delle nuove generazioni.

Di fronte a eventi così drammatici, le prime risposte pubbliche tendono spesso a concentrarsi sul rafforzamento delle misure di sicurezza, sull’inasprimento dei controlli o sull’introduzione di nuove forme di repressione. Pur riconoscendo l’importanza di prevenire l’ingresso di oggetti pericolosi negli spazi scolastici, è necessario affermare con chiarezza che una tragedia di questa portata non può essere letta esclusivamente in termini di ordine pubblico. Ridurre la complessità educativa a una questione di sicurezza rischia di spostare lo sguardo dalle vere domande: che cosa sta accadendo nella quotidianità degli adolescenti? Quali solitudini, assenze educative, bisogni non ascoltati attraversano oggi la scuola?

La scuola non è e non deve diventare un luogo blindato. È, prima di tutto, una comunità educativa, uno spazio di relazioni quotidiane in cui si apprendono non solo contenuti disciplinari, ma modi di stare con gli altri, di affrontare anche le situazioni conflittuali, di dare senso alle emozioni. In questa prospettiva, la risposta più urgente non è solo normativa o repressiva, ma profondamente pedagogica.

È indispensabile riconoscere la necessità di una presenza strutturale di pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici all’interno delle scuole. Queste figure possono accompagnare nella quotidianità il percorso di crescita degli adolescenti e delle loro famiglie, leggendo i bisogni educativi emergenti, sostenendo i docenti nella relazione educativa e offrendo spazi di ascolto e di mediazione pedagogica.

In questo quadro, assume un ruolo centrale l’importanza di discutere in classe di quanto accaduto, non per spettacolarizzare il dolore, ma per condividerlo e quindi alleviarlo. Le assemblee di educazione reciproca, se pensate e condotte con intenzionalità pedagogica, diventano luoghi fondamentali di crescita.

Di fronte a eventi forti o vissuti come totalizzanti, gli adolescenti vivono emozioni intense, spesso contrastanti: paura, rabbia, smarrimento, senso di ingiustizia. Dal punto di vista pedagogico, è essenziale creare spazi che permettano di trasformare le emozioni in sentimenti attraverso la parola.

Senza questo passaggio, il rischio è che queste esperienze restino confinate a un livello istintivo e impulsivo, legato al primo sistema di segnalazione del nostro organismo. Le assemblee di educazione reciproca, facilitate da pedagogisti ed educatori professionali, accompagnano invece gli studenti verso il secondo sistema di segnalazione, quello del linguaggio e del pensiero razionale.

Dare parola a ciò che si prova significa rendere l’esperienza  pensabile, comunicabile e condivisibile. Parlare non è un atto accessorio: è un processo educativo di regolazione emotiva e di costruzione di consapevolezza.

Rimettere al centro la pedagogia significa spostare lo sguardo dal controllo dei comportamenti alla cura dei processi di crescita. Non reprimere ciò che si vive in termini emozionali, ma accompagnare verso il pensiero; non etichettare il disagio, ma offrirgli parole; non rispondere alla violenza solo con barriere, ma con relazioni educative significative.

Legge di bilancio 2026. Molta retorica educativa, pochi diritti per chi educa

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Legge di bilancio 2026. Molta retorica educativa, pochi diritti per chi educa

APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani ha concluso un’approfondita analisi tecnica e politico‑istituzionale della Legge di Bilancio 2026, con particolare riferimento alle ricadute sulle professioni educative e pedagogiche.

La manovra finanziaria conferma una crescente attenzione ai temi dell’educazione, del benessere dei minori, della prevenzione del bullismo e della violenza, nonché al rafforzamento del welfare territoriale. Tuttavia, a questa attenzione tematica non corrisponde un adeguato riconoscimento delle professioni educative, che continuano a essere trattate come funzioni accessorie e non come ambiti professionali regolati, in evidente contraddizione con la Legge 55/2024.

Un elemento di rilievo positivo è rappresentato dall’introduzione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) nel settore dell’assistenza sociale. I LEP costituiscono un passaggio storico verso l’uniformità dei diritti sociali sul territorio nazionale e riconoscono finalmente l’educatore professionale socio‑pedagogico all’interno delle équipe multidisciplinari dei servizi sociali, aprendo prospettive concrete di assunzione e stabilizzazione.

Permane, tuttavia, una criticità grave e urgente: l’assenza dei pedagogisti nella definizione dei LEP. Una quota rilevante delle assunzioni già finanziate – anche attraverso fondi PNRR – riguarda infatti questa figura professionale. In assenza di una modifica normativa, si rischia di compromettere la stabilizzazione di centinaia di professionisti già operanti nei servizi pubblici territoriali.

Ulteriori criticità emergono nell’allocazione delle risorse destinate ai progetti educativi. La Legge di Bilancio finanzia interventi su bullismo, educazione al rispetto, relazioni e servizi socio‑educativi per minori senza prevedere alcun vincolo all’impiego di educatori e pedagogisti qualificati. L’educazione viene così affidata a enti esterni, società partecipate e progetti episodici, svuotando di contenuto il riconoscimento professionale sancito dalla legge dello Stato.

“La Legge di Bilancio 2026 parla molto di educazione – dichiara Alessandro Prisciandaro, Presidente nazionale di APEI – ma continua a ignorare chi l’educazione la realizza quotidianamente nei servizi, nelle scuole e nei territori. Senza il riconoscimento pieno di educatori e pedagogisti, l’educazione rischia di restare uno slogan politico e non un diritto esigibile. È necessario correggere immediatamente il testo, inserendo i pedagogisti nei LEP e vincolando i finanziamenti all’impiego di professionisti qualificati, in coerenza con la Legge 55/2024.”

L’educazione non può essere ridotta a una voce di spesa o a un progetto temporaneo: è un diritto costituzionale che si realizza solo attraverso professionisti competenti, riconosciuti e stabilizzati.

CONTATTI: Cell 329/7309309 MAIL: presidenza@apei.it