Il caso del gioielliere Ruggero apre una ferita pedagogica che rischia di compromettere decenni di educazione alla legalità.

Ci sono fatti di cronaca che dividono l’opinione pubblica. E poi ci sono fatti che, oltre a dividere, educano.

È ciò che sta accadendo in queste ore attorno alla vicenda del gioielliere Ruggero, protagonista di una drammatica rapina conclusasi con la morte di due aggressori. La magistratura farà il suo corso, ricostruirà la dinamica dei fatti e stabilirà se ricorrano o meno i presupposti della legittima difesa. È questo che accade in uno Stato di diritto.

Ma, mentre i magistrati lavorano, una parte della politica ha già emesso la propria sentenza.

C’è chi chiede la grazia ancora prima dell’eventuale condanna. Chi lo definisce un eroe. Chi sostiene che abbia fatto ciò che ogni cittadino dovrebbe fare.

Ed è qui che la cronaca smette di essere soltanto cronaca.

Diventa educazione.

O, forse, diseducazione.

Perché ogni parola pronunciata da un rappresentante delle istituzioni non produce soltanto consenso politico. Produce cultura. Produce modelli. Produce apprendimenti.

E quando un ministro, un parlamentare o un leader politico afferma che chi uccide un aggressore merita riconoscenza anziché un processo, non sta semplicemente esprimendo una posizione personale. Sta parlando a milioni di ragazzi che stanno costruendo la propria idea di giustizia.

La pedagogia conosce bene questo meccanismo.

I giovani imparano molto più da ciò che gli adulti fanno che da ciò che gli adulti insegnano.

Possiamo dedicare centinaia di ore all’Educazione civica, spiegare la Costituzione, parlare di legalità, organizzare incontri con magistrati, forze dell’ordine e associazioni antimafia. Possiamo insegnare che i conflitti si affrontano con il dialogo, che le regole esistono per impedire la vendetta, che nessuno può sostituirsi allo Stato.

Poi basta una dichiarazione pronunciata davanti alle telecamere per demolire tutto.

Perché il messaggio che arriva ai ragazzi è semplice, immediato e potentissimo: se hai ragione, puoi farti giustizia da solo.

È esattamente il contrario di ciò che una società democratica dovrebbe trasmettere.

La legittima difesa è un istituto giuridico complesso. Non è un principio educativo. Non è un valore da promuovere. È una norma eccezionale, costruita proprio perché lo Stato riconosce che possono verificarsi situazioni estreme nelle quali una persona reagisce per salvare la propria vita o quella di altri.

Trasformare quell’eccezione in un modello sociale significa compiere un salto culturale enorme.

Significa passare dalla difesa consentita dalla legge alla giustizia privata come valore.

È una differenza enorme.

Ed è una differenza che la politica sembra ignorare.

Chi lavora ogni giorno nei servizi educativi sa quanto sia difficile insegnare ai bambini e agli adolescenti a gestire la rabbia, a rinunciare alla vendetta, a riconoscere l’autorità delle regole.

Ogni educatore conosce il tempo necessario perché un ragazzo impari che un’offesa non si restituisce con un’altra offesa.

Che la forza non genera giustizia.

Che vincere uno scontro non significa avere ragione.

Ora immaginiamo quel ragazzo davanti alla televisione.

Ascolta esponenti delle istituzioni sostenere che chi ha sparato debba essere immediatamente graziato.

Ascolta applausi.

Legge titoli che parlano di eroi.

Quale lezione porterà con sé?

Che il giudice serve solo quando conferma ciò che pensiamo.

Che il processo è un fastidio.

Che la giustizia dello Stato può essere sostituita dalla giustizia del singolo.

È questa la vera emergenza educativa.

Per decenni l’Italia ha investito nella cultura della legalità. Dalle scuole di Palermo dopo le stragi di mafia ai progetti contro il bullismo, dall’educazione civica alle iniziative delle associazioni, migliaia di insegnanti, educatori e pedagogisti hanno cercato di costruire una convinzione semplice ma fondamentale: in una democrazia la forza non sostituisce mai il diritto.

Oggi questo patrimonio rischia di essere eroso da una comunicazione politica che privilegia l’impatto emotivo rispetto alla responsabilità educativa.

Non si tratta di negare il dolore di una vittima.

Non si tratta di minimizzare la paura di chi subisce una rapina.

Non si tratta neppure di anticipare il giudizio della magistratura.

Si tratta di comprendere che le istituzioni hanno una responsabilità che va oltre il consenso immediato.

Ogni parola pronunciata da chi governa entra nelle scuole, nelle famiglie, nei social network, nelle conversazioni tra adolescenti.

Diventa parte dell’educazione collettiva.

Ed è proprio per questo che dovrebbe essere misurata con estrema prudenza.

La politica ha certamente il diritto di proporre riforme, di discutere le norme sulla legittima difesa, di modificare il Codice penale se ritiene che sia necessario.

Ma una cosa non dovrebbe mai fare: sostituire il principio dello Stato di diritto con la suggestione della giustizia personale.

Perché una società nella quale ciascuno si sente autorizzato a decidere da solo chi ha torto e chi ha ragione non è una società più sicura.

È semplicemente una società meno civile.

Da pedagogisti non entriamo nel merito delle responsabilità penali del caso Ruggero. Questo spetta ai giudici e soltanto ai giudici.

Ma abbiamo il dovere di richiamare l’attenzione su ciò che rischiamo di perdere.

Per costruire una cultura della legalità servono generazioni.

Per distruggerla bastano pochi slogan.

E se un giorno i nostri ragazzi penseranno che farsi giustizia da soli sia normale, non potremo attribuire tutta la responsabilità ai social, alla scuola o alle famiglie.

Dovremo avere il coraggio di riconoscere che, forse, i primi ad aver smesso di educare al diritto sono stati proprio coloro che avrebbero dovuto rappresentarlo.

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2 Responses

  1. In una democrazia, la forza non sostituisce mai il diritto. Base di partenza per costruire un dialogo pedagogico educativo. Noi professionisti dell’educazione, Educatori professionali socio pedagogici e Pedagogisti, dobbiamo difendere in primis ciò che promulghiamo. Se devo educare alla legalità non posso certo far passare l’idea della giustizia privata come valore. Decenni passati a costruire la legalità, dalle varie giornate della memoria, (oggi tra l’altro ricorre il 34° anniversario della strage in Via D’Amelio), non possono essere distrutte dai vari slogans politici , né chiamando “eroi” chi ha ucciso , nè chiedendo la Grazia. Quando si assumono ruoli pubblici ( di responsabilità) siamo chiamati al rispetto assoluto delle leggi, tutti ci osservano e dobbiamo dare il buon esempio, non pensare esclusivamente al compenso economico e al prestigio della posizione occupata ( Noblesse oblige, il privilegio impone RESPONSABILITÀ.

  2. Sono molto d’accordo con le tue considerazioni, Alessandro! A partire da questo “tema di cronaca”, è giusto interrogarsi su quale funzione educativa svolgano le parole delle istituzioni nella formazione della coscienza civile delle giovani generazioni.
    Sappiamo bene che la comunicazione politica può sempre trasformarsi in un potente dispositivo di “apprendimento sociale”, per tutte le generazioni, ma noi, in quanto adulti educatori, dobbiamo preoccuparci, nello specifico, dei giovani e del significato educativo attribuito ai messaggi che circolano nello spazio pubblico.
    Sappiamo bene anche che l’apprendimento dei valori non avviene esclusivamente attraverso l’insegnamento esplicito, ma anche mediante l’osservazione dei comportamenti e dei messaggi trasmessi dagli adulti affettivamente e socialmente significativi.
    La scuola, la famiglia, i media e le istituzioni costituiscono, in questo senso, contesti educativi interdipendenti.
    Infatti, non educa soltanto la scuola.
    Educano anche il Parlamento, il Governo, la magistratura, i mezzi di comunicazione. Tutte le istituzioni hanno una responsabilità educativa: il linguaggio pubblico, le parole dichiarate pubblicamente, non producono soltanto consenso, ma orientano anche rappresentazioni sociali ed apprendimenti impliciti sulla legalità, sull’autorità e sulla cosiddetta gestione dei conflitti.
    Trasformare una situazione che attiene al Diritto ed alla Magistratura in un possibile paradigma culturale può incidere gravemente sui processi attraverso i quali bambini e adolescenti costruiscono la propria idea di giustizia, responsabilità collettiva e convivenza democratica.
    La pedagogia non può limitarsi a osservare ciò che accade nelle aule scolastiche, ma è chiamata a interrogare la qualità educativa dell’intero discorso pubblico. La cultura della legalità non nasce esclusivamente dall’insegnamento delle norme, ma dalla coerenza tra i principi che una società afferma e i comportamenti che le sue istituzioni rendono esemplari.
    Per questo, educatori socio-pedagogici e pedagogisti devono potere accedere ai contesti educativi all’interno dei quali guidare la “lettura” dei fatti umani, legali o illegali, e offrire ad adulti e giovani una riflessione critica sulla responsabilità educativa dell’intera società.

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