Il dibattito ripreso dalla FISH sulla proposta di legge relativa all’assistenza all’autonomia e alla comunicazione ha il merito di riportare al centro una questione cruciale: la qualità dell’inclusione scolastica. La Federazione sottolinea con forza la necessità di competenze elevate e di percorsi formativi più strutturati, evidenziando come l’attuale proposta presenti “troppi canali di accesso e standard disomogenei”. Si tratta di una preoccupazione condivisibile, che intercetta un problema reale del sistema.
Tuttavia, proprio perché il tema è così rilevante, è necessario evitare una lettura parziale. La questione, infatti, non può essere ridotta al mero aumento dei requisiti formativi. Il punto decisivo è comprendere fino in fondo la natura della funzione di cui si sta discutendo.
Il testo normativo, così come impostato, continua a collocare questa figura all’interno di una logica prevalentemente assistenziale. L’assistente all’autonomia e alla comunicazione viene descritto come un operatore che supporta i processi educativi, senza che venga riconosciuta pienamente la dimensione educativa delle sue azioni. Ed è proprio qui che emerge il limite di fondo, che anche la proposta avanzata dalla FISH non riesce a superare.
Chi opera quotidianamente nelle scuole sa bene che non si tratta di un’attività accessoria o meramente tecnica. L’intervento sull’autonomia personale, sulla comunicazione e sulla partecipazione alla vita scolastica incide direttamente sui processi di apprendimento e di sviluppo della persona. Non è un supporto esterno all’educazione: è educazione! Ridurre questa funzione a una dimensione assistenziale significa non coglierne la reale portata e, di conseguenza, rischiare di indebolirla.
A questa criticità si aggiunge un elemento che nel dibattito pubblico viene spesso trascurato. Si parla di innalzamento degli standard, ma la realtà territoriale racconta una situazione più complessa. In molte Regioni italiane, infatti, l’accesso a queste funzioni richiede già il possesso della laurea, in particolare quella in Scienze dell’Educazione e della formazione L19 che forma l’Educatore professionale socio-pedagogico. Esistono quindi contesti in cui il livello di qualificazione è già elevato e consolidato.
La proposta di legge, invece, continua a prevedere una pluralità di percorsi di accesso – dal diploma con formazione regionale all’esperienza lavorativa – mantenendo quella frammentazione che la stessa FISH critica. Ne deriva un paradosso evidente: anziché armonizzare verso l’alto, si rischia di legittimare un abbassamento degli standard rispetto alle esperienze più avanzate già presenti nel Paese.
È proprio su questo punto che la proposta APEI introduce un cambio di prospettiva, che è prima di tutto pedagogico. Non si limita a chiedere una formazione più qualificata, ma afferma un principio di fondo: le funzioni di assistenza all’autonomia e alla comunicazione sono, nella loro essenza, funzioni educative. Questo significa riconoscere che l’autonomia non è semplicemente una competenza funzionale, ma il risultato di un processo educativo intenzionale; che la comunicazione non è solo mediazione tecnica, ma costruzione di relazione e di significato; che l’inclusione non è un servizio aggiuntivo, ma un processo pedagogico complesso che coinvolge l’intero contesto scolastico.
In questa prospettiva, la proposta APEI riconduce tali funzioni all’Educatore professionale socio-pedagogico, in coerenza con l’ordinamento delle professioni educative introdotto dalla legge 55/2024. Non si tratta di una scelta corporativa, ma di un’esigenza di coerenza normativa e culturale: se una funzione è educativa, deve essere riconosciuta e regolata come tale.
Allo stesso tempo, la proposta non ignora la realtà esistente. Prevede, infatti, un percorso transitorio che valorizzi l’esperienza maturata dagli operatori già in servizio, accompagnandoli verso una qualificazione universitaria e garantendo continuità educativa agli studenti. È un passaggio fondamentale, perché evita rotture nel sistema e riconosce il valore del lavoro svolto finora.
Il confronto in atto, dunque, non è solo tecnico. È una scelta culturale. Da un lato, si può continuare a intervenire su una figura assistenziale, cercando di migliorarne la formazione senza metterne in discussione l’impostazione di fondo. Dall’altro, si può riconoscere che ciò che accade ogni giorno nelle scuole è già, a tutti gli effetti, un intervento educativo e che richiede, quindi, una piena legittimazione professionale.
La posizione della FISH individua un problema reale, ma non ne scioglie il nodo principale. La proposta APEI, invece, sposta il baricentro dalla quantità della formazione alla qualità e professionalità della funzione.
Perché, in ultima analisi, la questione non è solo quali competenze servano, ma quale idea di educazione e di inclusione si intenda costruire. Ed è su questo terreno che si gioca davvero il futuro della scuola inclusiva.
Dott. Samuele Amendola Vicepresidente Nazionale APEI

No responses yet