Vannacci e il ritorno della scuola della selezione: una risposta pedagogica

Le recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci sulla possibilità di separare gli studenti in base al merito stanno suscitando un acceso dibattito pubblico. Secondo Vannacci, infatti, sarebbe opportuno recuperare modelli scolastici che prevedano una suddivisione degli alunni in base ai risultati ottenuti. Le sue parole meritano attenzione:«Quando noi uscivamo dalle scuole medie mi ricordo benissimo: chi prendeva ottimo e distinto andava nelle sezioni A e B dei licei, chi prendeva buono e sufficiente andava nelle sezioni C e D». E ancora: «Questo è a favore di tutti. I più bravi e i più diligenti sono aiutati in quanto messi nelle stesse condizioni e i meno bravi avranno più possibilità di avere un supporto che li riporti al livello dei più bravi». Infine, Vannacci arriva a definire tale modello addirittura inclusivo: «Lo vedo come un fattore, usando un termine che a voi piace molto, inclusivo piuttosto che discriminante, poter aiutare ognuno raggruppandolo per caratteristiche simili».

Dietro queste affermazioni non vi è soltanto una proposta organizzativa sulla scuola. Vi è una precisa idea di persona, di società e di educazione. Ed è proprio qui che la pedagogia è chiamata a intervenire.

La nostalgia della scuola che divide

Vannacci propone di guardare ai sistemi francesi, tedeschi e inglesi come modelli di riferimento. «In Francia, in Germania, in Inghilterra sembra funzionare bene». E ancora: «In Germania gli studenti vengono messi nei vari livelli; durante l’ora di matematica i più bravi vanno in un’aula e i meno bravi vanno a essere supportati nell’altra».

L’argomento è semplice: se si raggruppano studenti simili tra loro, l’apprendimento migliora. Ma questa apparente semplicità nasconde una domanda molto più profonda. La scuola deve servire a classificare o a emancipare? Perché la funzione della scuola non può essere ridotta all’efficienza dell’apprendimento disciplinare. La scuola è il luogo in cui una società decide quale idea di essere umano trasmettere alle nuove generazioni.

Dal soggetto in divenire al soggetto classificato

Da John Dewey a Paulo Freire, da Lev Vygotskij a Jerome Bruner, la pedagogia contemporanea considera l’essere umano un progetto aperto. Nessun bambino coincide con il voto che riceve. Nessun adolescente coincide con una pagella.
Nessuna persona coincide con la fotografia di un determinato momento della sua vita. L’educazione esiste proprio perché gli esseri umani cambiano.

Quando invece si sostiene che i ragazzi debbano essere separati in base al rendimento scolastico, si introduce una logica diversa: il soggetto non è più una persona in crescita, ma una persona classificata. La pedagogia conosce bene questo rischio. Le differenze temporanee diventano identità permanenti. Le difficoltà diventano etichette. Le potenzialità diventano destini.

Una cultura della gerarchia

Le dichiarazioni di Vannacci richiamano inevitabilmente una stagione storica che l’Europa democratica ha cercato di superare.

Non perché esista una sovrapposizione diretta tra la proposta odierna e le politiche scolastiche del fascismo storico. Sarebbe una semplificazione. Ma perché il principio culturale di fondo presenta analogie significative. Anche i sistemi educativi autoritari del Novecento attribuivano alla scuola il compito di selezionare, distinguere e gerarchizzare gli individui. L’obiettivo era individuare precocemente chi fosse destinato a guidare e chi invece dovesse occupare posizioni subordinate. La scuola cessava così di essere uno strumento di emancipazione collettiva per trasformarsi in un meccanismo di distribuzione delle opportunità. Quando oggi si ripropone una divisione stabile tra “più bravi” e “meno bravi”, riaffiora la stessa idea: il valore delle persone può essere misurato, ordinato e collocato all’interno di una gerarchia.

È esattamente il paradigma che la pedagogia democratica ha contestato per tutto il Novecento.

Il linguaggio educa

Un altro elemento merita attenzione. Vygotskij ci ha insegnato che il linguaggio non descrive semplicemente la realtà.

La costruisce. Quando il dibattito pubblico parla continuamente di “più bravi” e “meno bravi”, di studenti da separare per merito o rendimento, non produce soltanto una classificazione tecnica. Produce una rappresentazione culturale. Gli studenti imparano a vedere sé stessi e gli altri attraverso quelle categorie. Nasce così il fenomeno dell’etichettamento.

Chi viene collocato tra i “migliori” tende a sviluppare aspettative elevate. Chi viene collocato tra i “meno capaci” rischia di interiorizzare la propria posizione. La pedagogia conosce da decenni questo meccanismo. Le aspettative possono diventare profezie che si auto avverano.

Il falso mito della normalità

Da Maria Montessori ad Andrea Canevaro, passando per tutta la pedagogia speciale contemporanea, è stata progressivamente demolita l’idea che esista una normalità educativa a cui tutti debbano adeguarsi. Anche l’ICF dell’OMS ha spostato il focus dal deficit alla relazione tra persona e contesto. La domanda non è più: “Cosa manca a questo studente?”

Ma: “Quali condizioni possiamo creare affinché questo studente possa esprimere le proprie potenzialità?”

La differenza è enorme. Nel primo caso si educa la persona ad adattarsi. Nel secondo si educa il contesto a essere accessibile. La proposta di Vannacci, invece, sembra riportare il baricentro sul soggetto da classificare e non sul sistema educativo da migliorare.

La scuola della Costituzione

La Costituzione italiana assegna alla scuola una missione molto diversa da quella evocata nelle dichiarazioni del generale. L’articolo 3 non si limita a proclamare l’uguaglianza. Impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona umana. Questo significa che la scuola non nasce per certificare le differenze. Nasce per ridurle. Non nasce per separare. Nasce per costruire opportunità. Non nasce per individuare vincitori e sconfitti. Nasce per consentire a ciascuno di partecipare pienamente alla vita sociale.

Una responsabilità educativa

Don Lorenzo Milani scriveva: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. In questa frase è racchiusa una delle più profonde lezioni pedagogiche del Novecento. La scuola democratica non è una gara. È una comunità. Non misura semplicemente prestazioni. Costruisce relazioni. Non divide le persone in categorie di valore. Le accompagna nella scoperta delle proprie possibilità. Per questo motivo il problema delle dichiarazioni di Vannacci non riguarda soltanto l’organizzazione scolastica. Riguarda il modello di società che esse sottintendono. Una società che torna a classificare anziché comprendere. A selezionare anziché educare. A gerarchizzare anziché includere. La pedagogia contemporanea continua invece a ricordarci una verità fondamentale: le persone non sono il loro rendimento scolastico. Sono molto di più. Ed è proprio questo “molto di più” che una scuola democratica ha il dovere di custodire, proteggere e sviluppare.

Perché la scuola della Repubblica non nasce per scegliere chi merita di salire. Nasce per impedire che qualcuno venga lasciato indietro.

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