Ci sono argomenti che sembrano fatti apposta per essere lasciati sulla scrivania fino a settembre. Leggi, decreti, albi professionali, commi, sottocommi, emendamenti. Tutto ciò che normalmente fa venire voglia di richiudere il fascicolo e tornare al mare.

Eppure il destino delle professioni educative riguarda centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori e merita forse proprio una lettura sotto l’ombrellone, quando abbiamo finalmente il tempo di porci una domanda elementare.

Perché, quando si parla di pedagogisti, le diverse vie di accesso conducono tutte a un’unica professione, mentre quando si parla di educatori le diverse vie di accesso diventano motivo per dividerli?

È una domanda semplice. Forse troppo semplice. Ed è proprio per questo difficile da aggirare.

Per i pedagogisti: tante porte, una sola casa

La legge 15 aprile 2024, n. 55 riconosce il pedagogista come professionista unitario. Le strade attraverso le quali si può arrivare a quella professione sono numerose: LM-50, LM-57, LM-85, LM-93, vecchie lauree in Pedagogia e Scienze dell’educazione e, nella disciplina di prima applicazione, ulteriori fattispecie collegate all’attività universitaria, alla ricerca, al servizio nella pubblica amministrazione e ad altri requisiti previsti dalla stessa legge.

Una pluralità di percorsi, dunque.

Ma alla fine nessuno ha pensato di inventare il pedagogista LM-85, il pedagogista LM-50, il pedagogista della pubblica amministrazione, il pedagogista universitario, il pedagogista dell’infanzia o il pedagogista socio-sanitario.

No.

Si entra da porte differenti, ma una volta dentro si è pedagogisti. Ed è giusto così. La diversità dei percorsi formativi e professionali non cancella l’identità della professione. Al contrario, la arricchisce.

In altre parole, per i pedagogisti il legislatore ha seguito un principio ragionevole: distinguere i requisiti senza dividere la professione. Perché allora questo stesso principio non dovrebbe valere per gli educatori?

Per gli educatori tornano le forbici

La storia degli educatori italiani sembra invece segnata da una curiosa passione normativa per le forbici.

Socio-educativo. Socio-assistenziale. Socio-sanitario. Infanzia. Titoli regionali. L-19 con indirizzo. L-19 senza indirizzo. Educatore professionale socio-pedagogico. Educatore dei servizi educativi per l’infanzia.

Ogni volta che sembrava possibile ricomporre la professione, qualcuno trovava una nuova linea lungo la quale tagliarla.

Non è un problema nato oggi. Già nel 2018 APEI promosse la petizione “Educatore unico L-19 per i nidi: no allo spezzatino!”, raccogliendo circa 6.500 adesioni. Il problema era già evidente: la frammentazione dei requisiti di accesso rischiava di trasformarsi in frammentazione del mercato del lavoro e dell’identità professionale.

Il decreto legislativo 65/2017 aveva infatti costruito uno specifico percorso per l’educatore dei servizi educativi per l’infanzia, prevedendo determinati requisiti universitari e una complessa disciplina transitoria. Negli anni successivi sono stati necessari decreti ministeriali, circolari, modifiche legislative e perfino contenziosi per stabilire chi potesse lavorare nei servizi 0-3.
La legge 55/2024 avrebbe potuto finalmente cominciare a ricomporre il quadro.

E, almeno sotto il profilo ordinistico, aveva fatto un passo importante. L’articolo 4 riconduceva infatti sia l’educatore professionale socio-pedagogico sia l’educatore dei servizi educativi per l’infanzia all’iscrizione nell’Albo degli educatori professionali socio-pedagogici.

Non cancellava tutte le differenze pregresse, ma indicava una direzione: un unico luogo professionale nel quale far convergere le diverse storie dell’educazione sociale.

Poi arriva il DDL Nordio

Il disegno di legge n. 1712, presentato dal Ministro della giustizia Carlo Nordio per modificare la legge 55/2024, ha rimesso mano a questo equilibrio. Il provvedimento è ancora all’esame del Senato e quindi le disposizioni discusse non sono ancora legge definitiva.

Nel testo e negli emendamenti presentati durante l’esame parlamentare torna però con forza la distinzione tra educatore professionale socio-pedagogico ed educatore dei servizi educativi per l’infanzia, per il quale viene prevista una disciplina autonoma dei requisiti.

A questa distinzione si aggiunge la proposta contenuta nell’emendamento governativo 1.300, che riorganizza l’Albo in sezioni e introduce, in ciascuna sezione, un elenco speciale per coloro che esercitano la professione con rapporto di lavoro subordinato.

Attenzione: l’elenco speciale dei dipendenti riguarda formalmente anche i pedagogisti. Questo va detto con chiarezza. Ma rimane una differenza sostanziale. Il pedagogista dipendente e il pedagogista libero professionista continuano entrambi a essere pedagogisti.

Nel campo educativo, invece, alla distinzione tra dipendente e non dipendente si sovrappone una distinzione precedente, fondata sul tipo di educatore, sul titolo e sull’ambito nel quale può esercitare.

È questa sovrapposizione che produce quello che noi definiamo lo spezzatino degli educatori. Non necessariamente sei “professioni” in senso tecnico-giuridico, ma una moltiplicazione di profili, condizioni, recinti, elenchi e percorsi che può essere rappresentata come una professione fatta a pezzi. E quando una categoria viene continuamente divisa, la domanda politica diventa inevitabile:

chi trae vantaggio dalla sua debolezza?

La strana asimmetria

Qui sta il punto che dovrebbe interessare soprattutto il mondo pedagogico. Perché nessuno ha pensato di dire: “Chi proviene dalla LM-50 farà un tipo di pedagogista.” “Chi proviene dalla LM-85 ne farà un altro.” “Chi lavora nella sanità entrerà in una sottocategoria.” “Chi lavora nella scuola avrà un diverso destino professionale.”

Giustamente no.

Si è riconosciuto che una professione può avere differenti percorsi di accesso mantenendo una identità scientifica e professionale unitaria. Quando però lo stesso ragionamento viene applicato agli educatori, sembra improvvisamente diventare impossibile.

E allora il dubbio sorge spontaneo. Non siamo più davanti soltanto a un problema tecnico. Siamo davanti a una scelta culturale e politica.

Le lobby pedagogiche e il mercato della formazione

APEI esprime da tempo una lettura molto critica di ciò che sta accadendo. Nel dibattito attorno all’Ordine si è consolidata, a nostro avviso, una convergenza di interessi tra una parte del mondo associativo pedagogico e settori che operano nella formazione professionale e universitaria.

È corretto chiamarla una “lobby”? Dipende dal significato che attribuiamo alla parola. Se per lobby intendiamo un gruppo organizzato che cerca legittimamente di influenzare le decisioni pubbliche a tutela dei propri interessi, allora ogni grande processo legislativo conosce attività di lobbying.

Il problema non è che qualcuno difenda i propri interessi. Il problema nasce quando gli interessi di alcuni rischiano di trasformarsi nelle regole obbligatorie per tutti. E qui il paradosso diventa evidente.

Per la propria professione, il mondo pedagogico ha difeso l’unità.
Per gli educatori ha accettato, sostenuto o comunque non impedito la frammentazione.

Una professione forte per i pedagogisti. Una professione articolata, segmentata e più facilmente condizionabile per gli educatori. È questa l’asimmetria che contestiamo.

Dividere significa anche creare nuovi bisogni formativi

Ogni volta che una professione viene segmentata attraverso nuovi requisiti, specializzazioni, titoli, integrazioni e percorsi, nasce inevitabilmente una domanda:

che cosa dovrà fare il professionista che si trova dalla parte sbagliata del confine?

Dovrà integrare crediti? Frequentare un corso? Conseguire una specializzazione? Tornare all’università? Acquistare formazione? È qui che la questione professionale incontra il mercato della formazione. Non sosteniamo che ogni corso universitario o privato sia inutile. Sarebbe assurdo. La formazione permanente è essenziale per qualsiasi professione seria.

Ma esiste una differenza enorme tra la formazione come diritto e crescita professionale e la formazione utilizzata come pedaggio necessario per attraversare confini normativi continuamente costruiti.

APEI ha sempre sostenuto una cultura della formazione continua, comunitaria e accessibile, anche attraverso percorsi gratuiti costruiti dai professionisti per i professionisti. La formazione deve aumentare le competenze. Non dovrebbe diventare il prezzo da pagare per recuperare pezzi di una professione che prima sono stati separati per legge.

Sei recinti sono più facili da governare di una comunità professionale

Ed eccoci al nodo politico. Una categoria unitaria, numerosa e consapevole possiede inevitabilmente un peso maggiore. Può chiedere contratti migliori. Può pretendere riconoscimento. Può contestare bandi impropri. Può contrastare il massimo ribasso delle cooperative. Può chiedere che nei servizi educativi lavorino realmente professionisti dell’educazione. Può rivendicare rappresentanza dentro l’Ordine.

Una categoria frammentata fa molta più fatica. L’educatore del nido rischia di pensare di non avere nulla in comune con quello della comunità. L’educatore dipendente può essere separato dal libero professionista. Chi possiede un titolo precedente può sentirsi diverso dal laureato L-19. Chi lavora nella sanità può essere percepito come appartenente a un altro mondo. Ed ecco che una grande comunità professionale diventa una somma di piccoli gruppi.

Dividere per governare è un principio politico antico quanto il potere.

Non abbiamo elementi per affermare che esista un tavolo segreto nel quale qualcuno abbia progettato deliberatamente questa frammentazione. Non ne abbiamo bisogno. È sufficiente osservare l’effetto politico della norma. Se il risultato finale è una professione pedagogica unitaria e una professione educativa disseminata in recinti, il problema esiste indipendentemente dalle intenzioni individuali di chi ha scritto ogni singolo comma.

Il vero Ordine che vorremmo

APEI non chiede di cancellare le competenze specifiche. Un educatore che lavora con bambini da zero a tre anni deve possedere competenze specifiche. Così come ne servono per lavorare con la disabilità, con gli anziani, con le dipendenze, con le famiglie, nelle comunità, nella scuola o nei servizi socio-sanitari.

Ma competenza specifica non significa professione diversa.

Un medico può specializzarsi senza smettere di essere medico. Un avvocato può esercitare in settori differenti senza diventare ogni volta una nuova professione. Un pedagogista può lavorare nella scuola, nella famiglia, nella sanità, nell’impresa o nei servizi sociali senza essere suddiviso in cinque professioni differenti. Perché l’educatore dovrebbe essere l’eccezione?

La nostra proposta rimane semplice:

diverse vie di accesso, una sola professione di educatore professionale socio-pedagogico, con il riconoscimento delle specifiche competenze necessarie nei diversi ambiti di esercizio.

Esattamente come è stato fatto per i pedagogisti.

Una domanda da portarsi al mare

Possiamo allora chiudere il giornale, rimettere gli occhiali da sole e tornare finalmente al nostro ombrellone. Ma lasciamoci accompagnare da una domanda. Se l’unità professionale è considerata un valore quando riguarda i pedagogisti, perché dovrebbe diventare improvvisamente un problema quando riguarda gli educatori?

Finché nessuno riuscirà a dare una risposta convincente, continueremo a pensare che dietro la complessità dei commi ci sia una questione molto più semplice. Per alcuni si è scelta l’unificazione. Per altri la frammentazione. E gli educatori italiani, dopo decenni di divisioni, hanno tutto il diritto di dire:

basta spezzatino.

Non chiedono privilegi. Chiedono lo stesso principio riconosciuto ai pedagogisti: distinte le vie di accesso, unica la professione.

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3 Responses

  1. Buongiorno a tutti, da Educatrice Professionale sociopedagigica,Pedagogista e socia Apei non posso che concordare con ciò che scrive il nostro Presidente Nazionale Alessandro Prisciandaro :competenza specifica non significa diversa professione. Dividere per Governare non è corretto e noi professionisti dell’educazione non possiamo permetterlo. Unità professionale per i Pedagogisti e unità professionale per gli Educatori. Noi di Apei desideriamo che venga attuata la legge n 55 del 2024 , Senza smembrare l’albo, dando unità e linfa vitale ad una professione bellissima che non può essere umiliata e decontestualizzata ulteriormente. Un medico specializzato in pediatria non è meno medico di un odontoiatra. Un avvocato penalista non è meno avvocato di un civilista. Unione , stabilità, dignità e rispetto per i professionisti dell’educazione, Pedagogisti ed Educatori professionali socio pedagogici.

  2. Concorso Presidente. Questa legge dev’essere applicata senza divisioni, quindi senza separare l’Albo, mantenendo unita la nostra professione e dandole nuova forza. Una professione che merita rispetto e che non può essere ulteriormente sminuita né privata del suo vero significato

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