Due idee profondamente diverse della professione pedagogica

di Alessandro Prisciandaro – Presidente nazionale APEI

Il confronto che si sta aprendo a ROMA sulla presenza della pedagogia nella scuola non riguarda semplicemente la scelta di una nuova figura professionale. Riguarda qualcosa di molto più importante: quale pedagogia vogliamo portare nella scuola e quale idea abbiamo delle professioni educative.

Su questo terreno stanno emergendo, nel mondo associativo, impostazioni significativamente differenti.

Da una parte vi è una concezione che tende a identificare il pedagogista scolastico soprattutto con il professionista della consulenza, fino a immaginarne la presenza attraverso uno “sportello pedagogico”: un luogo al quale docenti, genitori o altri soggetti possano rivolgersi per sottoporre problemi, difficoltà e situazioni individuali.

Non si tratta di un modello inventato per esigenze polemiche: esistono oggi percorsi formativi che indicano esplicitamente come profilo professionale in uscita il pedagogista scolastico operante nello “sportello di consulenza educativa”, con project work dedicati allo sportello o all’intervento consulenziale.

Dall’altra parte c’è l’impostazione che APEI sostiene da anni: il pedagogista e l’educatore professionale socio-pedagogico devono stare dentro i contesti educativi, non ai margini di essi aspettando che qualcuno bussi alla porta.

Ed è una differenza tutt’altro che terminologica.

Il rischio di scimmiottare modelli appartenenti ad altre professioni

APEI non mette in discussione la consulenza pedagogica. La stessa Legge 55/2024 attribuisce espressamente al pedagogista funzioni di coordinamento, consulenza e supervisione pedagogica. Ma la legge dice molto di più: parla di progettazione, gestione, verifica e valutazione degli interventi, prevenzione, osservazione e intervento pedagogico e riconosce l’operatività del pedagogista nei confronti della persona, della famiglia, del gruppo, degli organismi sociali e della comunità. Gazzetta Ufficiale

Ridurre questa ricchezza allo sportello significherebbe, a nostro giudizio, impoverire la professione.

La scuola non ha bisogno di una brutta copia dello studio professionale trasferito dentro un edificio scolastico.

Non abbiamo bisogno di pedagogisti che provino a scimmiottare lo psicologo, mutuandone setting, linguaggi e modalità operative per conquistarsi uno spazio professionale.

La pedagogia possiede una propria epistemologia, propri strumenti e una propria identità.

Lo psicologo svolge il proprio lavoro. Il pedagogista deve svolgere il proprio.

La questione, quindi, non è contrapporre psicologia e pedagogia, che possono e devono collaborare nel rispetto delle rispettive competenze. Il problema nasce quando la pedagogia, anziché rivendicare la specificità del proprio sguardo, cerca legittimazione imitando modelli professionali altrui.

Dal “caso” al contesto

Qui emerge forse la differenza fondamentale.

Il modello dello sportello tende inevitabilmente a partire da una domanda: chi ha il problema?

L’approccio pedagogico che proponiamo parte invece da altre domande: che cosa sta accadendo in questo contesto? Come funzionano le relazioni? Quali condizioni educative possiamo modificare? Quali risorse possiamo attivare? Come possiamo prevenire il disagio prima che diventi emergenza?

Significa passare:

dal caso al contesto;
dall’emergenza alla prevenzione;
dalla prestazione alla relazione;
dall’individuo isolato alla comunità;
dalla consulenza occasionale alla progettazione educativa.

Non significa negare l’intervento individuale quando necessario. Significa rifiutare che esso diventi il paradigma attraverso il quale definiamo l’identità della pedagogia scolastica.

La ricerca accademica sullo sportello pedagogico mostra, peraltro, che anche questo dispositivo può essere concepito in prospettiva sistemica e riflessiva. Sarebbe quindi scorretto sostenere che ogni esperienza di sportello sia necessariamente individualistica. Fair Unifg La nostra divergenza riguarda la scelta dello sportello come modello organizzativo centrale della presenza pedagogica nella scuola.

Non serve qualcuno che dica agli insegnanti come devono insegnare

C’è poi un’altra questione delicatissima.

Il pedagogista non può entrare nella scuola presentandosi implicitamente come colui che dice agli insegnanti: “Adesso vi spiego io come dovete fare il vostro lavoro.”

Sarebbe professionalmente sbagliato e pedagogicamente controproducente.

Gli insegnanti possiedono competenze, esperienza, responsabilità e conoscenza quotidiana delle loro classi. Il pedagogista non deve sovrapporsi alla funzione docente.

Deve invece costruire insieme.

Osservare i contesti, facilitare processi, contribuire alla progettazione, accompagnare i gruppi, sostenere la riflessività professionale, promuovere relazioni, leggere i bisogni educativi, individuare risorse e criticità, lavorare con famiglie e territorio.

Non il professionista che guarda la scuola dall’esterno e formula prescrizioni.

Un professionista che abita pedagogicamente la scuola.

L’Unità di Pedagogia Scolastica

È da questa impostazione che nasce la proposta APEI dell’Unità di Pedagogia Scolastica.

Non immaginiamo una stanza con una targhetta sulla porta.

Immaginiamo una struttura professionale integrata nella comunità scolastica, nella quale operino insieme le due professioni riconosciute dalla Legge 55/2024:

Pedagogista + Educatore Professionale Socio-Pedagogico.

La Legge 55/2024 non riconosce soltanto il pedagogista: disciplina le professioni pedagogiche ed educative e istituisce i relativi albi. Gazzetta Ufficiale

Questa scelta legislativa dovrebbe avere conseguenze anche nel modo in cui immaginiamo la pedagogia scolastica.

Il pedagogista può svolgere funzioni di progettazione, coordinamento, consulenza, supervisione, monitoraggio e ricerca.

L’educatore professionale socio-pedagogico porta invece una dimensione essenziale di presenza educativa nei contesti, di relazione, osservazione e intervento nella quotidianità.

Sono professionalità differenti.

Proprio per questo possono essere complementari.

Il benessere pedagogico non si aspetta dietro una porta

APEI parla di benessere pedagogico perché vuole spostare l’attenzione dalla riparazione del problema alla costruzione delle condizioni che possono prevenirlo.

Pensiamo al bullismo.

Aspettare che il ragazzo vittima di bullismo arrivi allo sportello significa intervenire quando qualcosa è già accaduto.

La prospettiva pedagogica deve chiedersi prima: quali relazioni attraversano quella classe? Quali dinamiche di gruppo stanno emergendo? Qual è il clima educativo? Come vengono gestiti conflitti e differenze? Quali possibilità di partecipazione hanno gli studenti?

Lo stesso vale per dispersione, isolamento, difficoltà relazionali, conflitti con le famiglie.

La pedagogia preventiva non aspetta il problema. Lavora sulle condizioni che possono generarlo.

La Legge 55/2024 segna anche una differenza culturale

Questa discussione si intreccia inevitabilmente con il futuro della Legge 55/2024.

Quella legge ha riconosciuto e ordinato due professioni. Il testo definisce il pedagogista come specialista dei processi educativi e gli attribuisce autonomia scientifica e responsabilità deontologica; ne colloca inoltre esplicitamente l’attività anche nel comparto scolastico. Gazzetta Ufficiale

APEI ha scelto di difendere l’impianto fondamentale di questo riconoscimento e la dignità di entrambe le professioni.

È una posizione coerente con una storia associativa che precede la Legge 55: APEI ricorda di avere promosso già nel 2018 proprie Linee guida sul Pedagogista e sull’Educatore scolastico e indica tra le proprie priorità la tutela politico-professionale e la piena occupazione di pedagogisti ed educatori socio-pedagogici. APEI

Qui emerge una seconda grande differenza nel panorama associativo.

Noi non immaginiamo il futuro della professione come un mercato di nuove etichette professionali accompagnate da corsi necessari per acquisirle.

Una legge professionale deve tutelare cittadini e professionisti, non diventare il presupposto per costruire mercati formativi privati.

Esistono legittimamente corsi di aggiornamento e alta formazione, anche a pagamento. Il punto non è demonizzare la formazione. Il punto è un altro: la formazione deve essere al servizio della professione; la professione non può diventare uno strumento al servizio della formazione.

E quando si propongono modifiche legislative, occorre domandarsi sempre chi ne beneficia, quali diritti producono e quali conseguenze determinano per l’intera comunità professionale.

Due modelli associativi, due idee di pedagogia

Alla fine la differenza non è tra sigle.

È tra due concezioni della professione.

Una pedagogia prevalentemente consulenziale oppure una pedagogia dei contesti.

Una presenza confinata nello sportello oppure una presenza diffusa nella comunità scolastica.

Il professionista individuale oppure l’Unità di Pedagogia Scolastica.

Il solo pedagogista oppure la complementarità tra pedagogista ed educatore professionale socio-pedagogico.

L’intervento quando emerge il problema oppure l’azione educativa preventiva.

La formazione come possibile mercato oppure l’aggiornamento come strumento al servizio della comunità professionale.

APEI ha scelto da quale parte stare.

Non vogliamo conquistare una stanza nelle scuole.

Vogliamo contribuire a trasformare pedagogicamente la scuola.

Non vogliamo che il pedagogista diventi uno psicologo senza esserlo, né che l’educatore venga relegato fuori dalla porta.

Vogliamo che entrambi portino nella scuola ciò che appartiene specificamente alla cultura pedagogica italiana: educazione, relazione, osservazione dei contesti, progettazione, partecipazione, inclusione e prevenzione.

Per questo la proposta che porteremo nelle sedi istituzionali può essere condensata in poche parole:

Non uno sportello per aspettare i problemi.

Un’Unità di Pedagogia Scolastica per prevenirli.

Non la pedagogia in una stanza.
La pedagogia dentro la scuola.

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3 Responses

  1. Credo che questa proposta pedagogica risponda alle sfide educative alle quali siamo chiamati dalla società contemporanea. L’Unità proposta non solo valorizza le figure professionali del pedagogista e dell’educatore ma si propone come punto di riferimento per gli attori all’interno delle relazioni educative nel territorio.

  2. Argomentazione chiara , semplice , diretta e illuminante quella del nostro Presidente Nazionale Alessandro Prisciandaro, il Pedagogista e l’Educatore professionale sociopedagigico all’interno della scuola , non uno sportello , non una stanza con una etichetta in più, ma i professionisti dell’educazione che abitano pedagogicamente la scuola . L’unità di pedagogia scolastica in pianta stabile in ogni scuola di ogni ordine e grado, come vuole la legge n 55 del 2024 e come vuole Apei. Arrivare a fatti accaduti non è sufficiente, prevenire , costruire e arricchire , nessuna sovrapposizione con I docenti o con gli psicologi, stare nella relazione educativa , per crescere insieme, famiglie, scuole e territori.

  3. Presidente, la questione che poni è culturale e politica prima ancora che professionale. La pedagogia non dovrebbe entrare nella scuola soltanto quando emerge un problema, ma dovrebbe contribuire strutturalmente a costruire le condizioni perché i problemi possano essere prevenuti, compresi e affrontati educativamente ed avviare il passaggio dalla pedagogia della risposta alla pedagogia della presenza: non aspettare che emerga il disagio o, peggio, l’azione trasgressiva e violenta per intervenire sul singolo, ma abitare quotidianamente i contesti educativi per osservarli, comprenderli, prevenirne le criticità e trasformarli.
    Mi sembra particolarmente significativo, in questo senso, il passaggio che proponi: dal caso al contesto, dall’emergenza alla prevenzione, dalla prestazione alla relazione, dall’individuo isolato alla comunità, dalla consulenza occasionale alla progettazione educativa. Non si tratta semplicemente di una diversa modalità organizzativa: è una diversa epistemologia dell’intervento pedagogico.
    La proposta dell’Unità di Pedagogia Scolastica – intesa non come una stanza o come un servizio separato (approccio che costituisce una possibile deriva di ulteriore psicologizzazione della scuola), ma come una struttura integrata nella comunità scolastica, nella quale pedagogista ed educatore professionale socio-pedagogico possano operare in modo complementare e, insieme ai docenti ed a tutto il personale della scuola, costruire insieme la progettualità educativa – diventa allora la concretizzazione dell’idea di pedagogia che vogliamo portare dentro la scuola.

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