Quello che è accaduto a Modena nei giorni successivi ai gravi fatti che hanno colpito la città merita una riflessione che va oltre la cronaca e oltre la polemica politica del momento. Perché Modena, davanti al rischio concreto di una deriva rabbiosa e divisiva, ha mostrato al Paese qualcosa di molto più importante: il valore educativo della risposta civile.
In un clima nazionale sempre più attraversato da linguaggi aggressivi, semplificazioni ideologiche e ricerca continua del nemico sociale, i fatti modenesi avrebbero potuto facilmente trasformarsi nell’ennesimo detonatore collettivo di paura e odio verso il diverso. Alcuni settori politici e mediatici hanno immediatamente provato a spingere in questa direzione, alimentando tensioni, invocando espulsioni, contrapponendo sicurezza e convivenza civile, utilizzando il dolore per costruire consenso emotivo.
E invece la città ha reagito diversamente.
La presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha assunto in questo contesto un significato che va ben oltre il protocollo istituzionale. Non si è trattato soltanto di una visita ufficiale o di una manifestazione di vicinanza alle persone coinvolte. È stata, soprattutto, una grande lezione pubblica di educazione civica.
Mattarella ha incarnato un modello profondamente pedagogico di gestione del conflitto sociale: abbassare i toni, rifiutare la logica della vendetta collettiva, impedire che la paura degeneri in disumanizzazione dell’altro. Un messaggio semplice ma potentissimo, soprattutto in un tempo storico in cui la rabbia viene spesso trasformata in strumento politico e comunicativo.
La risposta della città di Modena ha mostrato quanto il tema educativo sia oggi centrale per la tenuta democratica delle nostre comunità. Perché ciò che tiene insieme una società non sono soltanto le norme o le misure di sicurezza, ma la capacità collettiva di elaborare il dolore senza trasformarlo in odio.
Questa è pedagogia sociale.
È la capacità di una comunità di educarsi alla gestione delle emozioni collettive, di riconoscere il valore della dignità umana anche nei momenti di massima tensione, di impedire che il disagio sociale venga manipolato contro categorie fragili o gruppi identificati come “nemici”.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo impoverimento educativo del dibattito pubblico. La velocità della comunicazione, la polarizzazione social e la continua ricerca dello scontro hanno ridotto gli spazi del pensiero critico e della riflessione collettiva. In questo vuoto crescono facilmente paura, rancore e aggressività sociale.
Per questo il caso Modena rappresenta oggi un esempio importante non solo sul piano civile, ma anche su quello pedagogico e culturale.
La città ha scelto l’empatia verso le vittime e i loro familiari senza trasformare il dolore in una campagna contro il diverso.
Ha scelto la vicinanza umana invece della caccia al colpevole collettivo.
Ha scelto la responsabilità democratica invece della mobilitazione emotiva.
È esattamente in momenti come questi che emerge il ruolo fondamentale degli educatori, dei pedagogisti, della scuola, dei servizi sociali e delle comunità educanti.
Perché educare alla convivenza non significa negare i problemi o minimizzare le paure delle persone. Significa aiutare la società a non precipitare nella logica della barbarie emotiva. Significa costruire strumenti culturali, relazionali ed etici per affrontare i conflitti senza alimentare nuove fratture sociali.
Oggi più che mai il welfare educativo non può essere considerato un elemento marginale delle politiche pubbliche. Senza educazione alla cittadinanza democratica, all’empatia, alla gestione dei conflitti e alla responsabilità collettiva, nessuna società può realmente dirsi sicura.
Modena ci ricorda una verità spesso dimenticata: l’odio si alimenta nelle comunità disgregate, isolate e impoverite culturalmente. La democrazia, invece, cresce dove esistono relazioni educative forti, presìdi sociali, partecipazione civile e capacità collettiva di riconoscere l’umanità dell’altro.
Ed è forse questa la lezione più importante lasciata in questi giorni alla coscienza del Paese.

One response
I fatti accaduti a Modena sono gravissimi, come è grave l’allarme sociale, per non lavorare solo sull’emergenza MA sulla PREVENZIONE ….noi professionisti dell’educazione ( Educatori professionali socio pedagogici e Pedagogisti)siamo pronti. Bisogna creare una rete che colleghi tutto il tessuto sociale, scuola, centri sociali, presidi e famiglie,in ogni scuola è necessario un presidio educativo stabile ,la persona va accompagnata in tutto il percorso di crescita creando delle relazioni sane e stabili. La legge n 55 del 2024 che ha di fatto istituito gli albi delle professioni educative c’è,è stata votata dal Parlamento Italiano, che si dia attuazione . La società ha bisogno di EDUCAZIONE, non di più rigidità, più punizioni, o metal detector nelle scuole. Nelle scuole c’è bisogno della presenza stabile di Educatori e Pedagogisti, i ragazzi vanno guidati e accompagnati nella crescita per sviluppare empatia e rispetto. Bisogna rispondere come ha fatto il Presidente Mattarella, l’odio e il razzismo generano solo altra violenza, diamo giuste armi e difese ai nostri ragazzi. EDUCAZIONE, comprensione e Formazione.