Signor Presidente, aiuti il Paese a non disperdere la forza civile di 300.000 professionisti dell’educazione
Signor Presidente della Repubblica,
abbiamo ascoltato con profonda attenzione e sincera condivisione il Suo intervento pronunciato ad Amatrice in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 2026-2027.
Lei ha ricordato che la scuola è la più efficace leva d’integrazione per chi proviene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia da famiglie immigrate. Ha richiamato l’articolo 34 della Costituzione, secondo il quale la scuola è aperta a tutti, e ha sottolineato che essa deve costruire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, impedire la formazione di ghetti, abbattere le barriere e produrre coesione sociale.
Sono parole nelle quali l’APEI – Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani – si riconosce pienamente.
Educare significa unire senza uniformare, accogliere senza assimilare, riconoscere le differenze senza trasformarle in diseguaglianze. Significa offrire a ogni persona gli strumenti per partecipare consapevolmente alla vita della comunità.
Proprio per questo, Signor Presidente, ci rivolgiamo a Lei con rispetto, ma anche con la forte preoccupazione di chi vede bloccato da oltre due anni il futuro di circa 300.000 professionisti dell’educazione.
Una legge approvata dal Parlamento e ancora incompiuta
La legge 15 aprile 2024, n. 55 ha finalmente riconosciuto e ordinato le professioni del pedagogista e dell’educatore professionale socio-pedagogico, definendone funzioni, responsabilità, autonomia scientifica e strumenti ordinistici. La legge è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 23 aprile 2024.
Non si trattò di un provvedimento imposto da una sola parte politica. La legge nacque dall’unificazione di proposte presentate da differenti forze parlamentari e fu sostenuta da un consenso trasversale fino all’approvazione definitiva del Senato del 9 aprile 2024. Negli stessi lavori parlamentari è stato successivamente ricordato che quel provvedimento era stato votato all’unanimità.
Quell’unanimità non aveva soltanto un significato politico. Rappresentava il riconoscimento collettivo della funzione pubblica esercitata ogni giorno da pedagogisti ed educatori nei servizi per l’infanzia, nelle scuole, nelle comunità, nelle strutture socioeducative, nei servizi territoriali, nelle carceri e accanto alle famiglie e alle persone più fragili.
A distanza di oltre due anni, tuttavia, l’ordinamento professionale non è ancora pienamente operativo. Migliaia di professionisti vivono nell’incertezza, mentre il sistema attende organismi ordinistici democraticamente eletti e capaci di garantire regole, qualità professionale, responsabilità deontologica e tutela delle persone.
Il rischio di stravolgere la volontà del Parlamento
La nostra preoccupazione è ulteriormente accresciuta dal disegno di legge n. 1712, presentato su iniziativa governativa dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone modifiche sostanziali alla legge 55/2024 ed è attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato.
Non siamo contrari a interventi tecnici realmente necessari per rendere operativa la legge. Abbiamo chiesto più volte correzioni puntuali, chiare e rispettose dell’equilibrio raggiunto dal Parlamento.
Temiamo, però, che dietro la dichiarata esigenza di modifiche tecniche si stia producendo un vero e proprio stravolgimento dell’impianto originario: differenti condizioni di esercizio professionale, separazioni tra lavoratori dipendenti e autonomi, nuove categorie ed elenchi speciali, compressione della rappresentanza democratica e perdita della pari dignità tra le professioni educative.
Il risultato rischia di essere una legge profondamente diversa da quella approvata all’unanimità dal Parlamento.
Una disciplina nata per unire potrebbe così dividere. Una legge pensata per riconoscere autonomia e responsabilità rischierebbe di produrre nuove subordinazioni. Un Ordine destinato a garantire partecipazione democratica potrebbe trasformarsi in una struttura nella quale migliaia di professionisti non godrebbero degli stessi diritti.
Trecentomila professionisti sono una forza democratica del Paese
Signor Presidente,
la presenza organizzata di circa 300.000 educatori e pedagogisti non rappresenta una rivendicazione corporativa. Costituisce una garanzia di democrazia, accoglienza, inclusione e integrazione.
Questi professionisti operano ogni giorno dove le relazioni si spezzano, dove crescono la solitudine, la povertà educativa e la marginalità. Accompagnano bambini, adolescenti, adulti, persone con disabilità, anziani, famiglie e comunità. Costruiscono legami nei territori, prevengono l’esclusione e rendono concretamente esigibili diritti che, senza l’azione educativa, rischierebbero di rimanere soltanto dichiarazioni formali.
La pedagogia italiana ha radici profonde. È cresciuta attraverso il pensiero e l’opera di Maria Montessori, don Lorenzo Milani, Loris Malaguzzi e di tanti altri educatori e pedagogisti che hanno reso l’Italia un punto di riferimento internazionale.
Alle loro spalle vi è una tradizione ancora più antica, che da Sant’Agostino giunge alla pedagogia contemporanea e riconosce nella relazione educativa, nella responsabilità verso l’altro e nella ricerca della verità strumenti di emancipazione umana.
Le università italiane hanno formato generazioni di professionisti capaci di leggere i bisogni, progettare interventi, sostenere le comunità e costruire inclusione. Non possiamo chiedere loro anni di studio e responsabilità professionale per poi lasciarli sospesi, frammentati e privi di un ordinamento pienamente operativo.
La nostra richiesta al garante della Costituzione
Conosciamo e rispettiamo pienamente le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica. Non Le chiediamo di sostituirsi al Parlamento né di interferire nel confronto politico.
Le chiediamo, tuttavia, di rivolgere la Sua autorevole attenzione alla condizione di queste professioni e al rischio che una legge approvata con consenso unanime venga modificata fino a perderne i principi fondamentali.
Le chiediamo di richiamare le istituzioni alla necessità di concludere rapidamente e correttamente il percorso di attuazione della legge 55/2024, preservando:
- l’unità dell’ordinamento professionale;
- la pari dignità tra pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici;
- l’uguaglianza dei diritti tra professionisti dipendenti e autonomi;
- l’autonomia scientifica e la responsabilità deontologica;
- la rappresentanza democratica degli iscritti;
- la piena operatività degli Ordini professionali.
Le chiediamo soprattutto di ricordare, anche in questa vicenda, che la coesione sociale non si costruisce soltanto con le norme, ma attraverso il lavoro quotidiano di coloro che educano, accompagnano e includono.
Lei ha affermato che la scuola deve unire e non lacerare. Lo stesso principio deve valere per le professioni educative: non possono essere divise, indebolite o sottoposte a ingiustificate disparità proprio mentre il Paese ha più bisogno della loro presenza.
Non lasciamo sola l’educazione
Signor Presidente,
un Paese che indebolisce i propri educatori e pedagogisti indebolisce la scuola, le famiglie, i servizi sociali e la capacità delle comunità di affrontare le diseguaglianze.
Un Paese che riconosce e organizza queste professioni rafforza invece la democrazia, perché investe nelle relazioni, nella partecipazione, nella prevenzione e nella dignità di ogni persona.
Per questo confidiamo nella Sua sensibilità e nella Sua autorevole vigilanza.
La legge 55/2024 deve diventare finalmente operativa, attraverso le sole correzioni tecniche indispensabili, senza essere snaturata. Trecentomila professionisti e le persone che ogni giorno affidano loro bisogni, fragilità e speranze non possono attendere ancora.
Con profonda stima e rispetto istituzionale.
Alessandro Prisciandaro
Presidente nazionale APEI
Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani
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