Gentile dott. Mulè,
L’articolo pubblicato da VITA (https://www.vita.it/educatori-e-pedagogisti-due-anni-di-attesa-per-un-albo-che-ancora-non-ce/) sul futuro dell’Ordine delle professioni pedagogiche ed educative solleva un problema reale: dopo oltre due anni dalla Legge 55/2024, il sistema non è ancora pienamente operativo.
Ma proprio perché il problema è serio, occorrerebbe raccontarlo con maggiore precisione e soprattutto dando voce anche a chi quelle professioni le esercita quotidianamente.
Nel pezzo, invece, prevale quasi esclusivamente una lettura manageriale e datoriale, affidata alle valutazioni personale di Massimiliano Malè, pedagogista ma anche direttore di servizi socio-sanitari. Una posizione legittima, naturalmente, ma che non può essere presentata come se coincide con quella di un’intera categoria composta da centinaia di migliaia di educatori e pedagogisti che come APEI rappresentiamo. E soprattutto alcuni passaggi non reggono alla verifica dei testi normativi.
Primo errore: non è vero che «gli albi non esistono»! La Legge 55/2024 è inequivocabile, l’articolo 5 stabilisce testualmente che «è istituito l’albo dei pedagogisti» e «è istituito l’albo degli educatori professionali socio-pedagogici».
Il problema è un altro: gli albi non sono ancora arrivati alla piena formazione e operatività ordinaria e questa è una differenza giuridica sostanziale.
Dire semplicemente che «gli albi non ci sono» alimenta quella stessa confusione che da due anni coinvolge lavoratori, cooperative, Comuni ed enti pubblici.
Lo stesso vale quando si parla genericamente di un inesistente «Ordine degli educatori». La legge istituisce invece un unico Ordine delle professioni pedagogiche ed educative, che comprende pedagogisti ed educatori.
Secondo errore: lo stallo non può essere raccontato semplicemente come un disastro prodotto dalla Legge 55. È vero che l’articolo 6 della Legge 55 contiene un problema di coordinamento: il decreto ministeriale istitutivo dell’Ordine avrebbe dovuto essere emanato sentendo anche il Consiglio nazionale, mentre il Consiglio nazionale è composto dai presidenti degli Ordini territoriali. Ma da questo problema tecnico non discende affatto che fosse necessario riscrivere l’intera architettura della legge. La correzione avrebbe potuto essere chirurgica.
Il DDL 1712 fa invece molto di più: modifica struttura dell’albo, professioni, governance, sistema elettorale, fase transitoria e modalità di accesso. Abroga il decreto ministeriale previsto dall’articolo 6 e trasferisce direttamente nella legge una parte consistente dell’ordinamento dell’Ordine.
Presentare tutto questo semplicemente come la soluzione tecnica necessaria per «correggere le illogicità» della Legge 55 significa adottare integralmente la narrazione del Ministero. Non è una descrizione neutrale: è una tesi politica.
Terzo errore: l’educatore dell’infanzia non compare adesso per la prima volta. Questo passaggio dell’articolo è particolarmente fuorviante.
La Legge 55/2024 già dedicava espressamente l’articolo 4 ai requisiti per esercitare sia la professione di educatore professionale socio-pedagogico sia quella di educatore nei servizi educativi per l’infanzia e prevedeva per entrambe l’iscrizione all’Albo degli educatori professionali socio-pedagogici.
Anche l’articolo 11, nella prima applicazione, includeva esplicitamente tra gli aventi diritto all’iscrizione all’Albo degli educatori coloro che possedevano i requisiti previsti dal D.Lgs. 65/2017 per i servizi educativi dell’infanzia. Il DDL 1712 non «scopre» quindi l’educatore dell’infanzia.
Fa una cosa politicamente molto diversa: accentua la distinzione tra due figure educative che la Legge 55 aveva ricondotto allo stesso albo professionale come chiedeva tutta la categoria. Ed è precisamente questa frammentazione che APEI contesta, in quanto da 20 anni la categoria tutta chiede un albo unico.
Altro che semplice «unificazione» ! Anche parlare di «unificazione strutturale degli albi» rischia di essere ingannevole.
Formalmente il DDL crea un albo unico con due sezioni. Ma al suo interno continua a differenziare educatore professionale socio-pedagogico ed educatore dei servizi per l’infanzia. E gli ultimi emendamenti del Governo aumentano ulteriormente le divisioni.
L’emendamento 1.300, presentato dal Governo il 22 luglio 2026, introduce infatti in ciascuna sezione un elenco speciale dei lavoratori subordinati. Per questi professionisti il contributo ordinistico è dimezzato e la formazione continua viene considerata assolta attraverso quella decisa dal datore di lavoro. Un vero insulto all’intelligenza e un furto di identità professionale che fa capo all’Ordine e non ai datori di lavoro che vengono autorizzati a formare “loro” la professione, in netto contrasto ai fondamentali ordinistici.
L’emendamento 1.301 va ancora oltre: per gli iscritti nell’elenco speciale il potere disciplinare viene attribuito in via principale al datore di lavoro, lasciando all’Ordine possibilità di intervento soltanto in determinate ipotesi deontologiche o particolarmente gravi. Fatto assolutamente inaccettabile e illegale. Ai datori di lavoro attiene l’organizzazione del lavoro e il corretto utilizzo del personale, all’ordine la qualità e il corretto espletamento della professione.
Non stiamo quindi discutendo semplicemente di «dipendenti e partite Iva». Stiamo creando professionisti iscritti allo stesso Ordine ma sottoposti a regimi differenti a seconda del contratto di lavoro !?!
Uno avrà la formazione governata dall’Ordine, l’altro dal datore di lavoro. E mai accaduto un fatto del genere?
Uno sarà sottoposto pienamente alla disciplina ordinistica, l’altro principalmente alla disciplina datoriale. Illogico e anticostituzionale.
Uno pagherà una quota, l’altro metà quota. Altra falsità o incapacità di fare i calcoli matematici, in quando non si tratta di una tassa da dimezzare. L’ordine vive dei proventi degli iscritti e in un ordine in cui il 90% paga la metà e il 10% il doppio, a parità di bilancio i conti non tornano!
Con un Ordine che costasse 10 milioni di euro all’anno, nello scenario “metà/doppia” il 90% dei lavoratori dipendenti dovrebbe versare appena 25,64 euro l’anno, mentre il restante 10% verserebbe 102,56 euro. Cioè quattro volte tanto e se a pagare sono tutti e 300.000
Questa impostazione pone questioni enormi di autonomia professionale, uguaglianza tra iscritti e natura stessa di un Ordine professionale.
Liquidare come fa Mulè come una semplice soluzione organizzativa significa osservare la questione soprattutto dalla parte di chi organizza e gestisce il lavoro, non dalla parte del professionista.
E anche sulle date il pezzo è impreciso. L’articolo afferma che «gli ultimi emendamenti sono stati presentati l’8 luglio». Non è corretto.
Gli emendamenti governativi 1.300, 1.301 e 2.300 sono stati presentati nella seduta della Commissione Giustizia del 22 luglio 2026. Lo attesta il resoconto ufficiale del Senato. È un dettaglio solo apparentemente secondario, perché proprio quei tre emendamenti cambiano profondamente il quadro politico della riforma. Ma soprattutto: dov’è la voce degli educatori? Questo è probabilmente il limite giornalistico più evidente.
Durante l’esame del DDL 1712 la Commissione Giustizia del Senato non ha ascoltato un’unica voce. Il 4 giugno ha audito APEI; successivamente sono state ascoltate ANPE, il Coordinamento nazionale pedagogisti ed educatori, Associazione Professioni Pedagogiche, ANIPED e rappresentanti universitari.
Esistono quindi posizioni diverse, anche radicalmente diverse. APEI ha sostenuto davanti al Parlamento una linea precisa: completare l’Ordine, preservare l’unità professionale degli educatori, evitare nuove frammentazioni, garantire una governance democratica e non trasformare la fase transitoria in una nuova struttura burocratica controllata dall’alto.
Si può essere d’accordo oppure no. Ma questa posizione esiste ed è stata formalmente portata davanti al Senato e compare negli atti ufficiali e pubblicati nel sito del Senato.
Un articolo che pretende di spiegare ai lettori perché l’Ordine è fermo non può raccontare soltanto la prospettiva di un direttore di servizi e lasciare sullo sfondo quella dei professionisti chiamati a finanziare, eleggere e vivere quell’Ordine.
Il vero interrogativo, la questione, dunque, non è se il DDL 1712 «salverà» finalmente una Legge 55 nata male.
La domanda è un’altra: era davvero necessario smontare una legge votata dal Parlamento per correggere un problema attuativo?
Oppure sarebbe stato possibile intervenire sui pochi nodi tecnici, definire le regole elettorali e permettere finalmente a pedagogisti ed educatori di eleggere democraticamente i propri organismi?
Dopo due anni, la categoria non ha bisogno di essere nuovamente suddivisa tra dipendenti e autonomi, educatori socio-pedagogici ed educatori dell’infanzia, iscritti ordinari ed elenchi speciali.
Ha bisogno di certezza.
Ha bisogno di dignità professionale.
E soprattutto ha bisogno che, quando si parla del suo futuro, si ascolti anche la sua voce e non soltanto quella di chi ne organizza, gestisce o acquista il lavoro.
Alessandro Prisciandaro
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