Replica dell’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (APEI) all’intervista della Presidente ANPE Mariangela Grassi, pubblicata su Orizzonte Scuola “

Abbiamo letto con attenzione l’intervista rilasciata dalla Presidente dell’ANPE, Mariangela Grassi, sulla proposta di legge regionale per il Servizio di Pedagogia Scolastica nel Lazio.

Accogliamo con favore un elemento: finalmente il dibattito pubblico riconosce che la scuola italiana non può più fare a meno delle professioni pedagogiche.

Su questo siamo perfettamente d’accordo.

Divergiamo, però, in modo radicale sul modello culturale e organizzativo che dovrebbe guidarne l’inserimento.

Perché il punto non è se il pedagogista debba entrare nella scuola.

Il punto è come.

Ed è proprio qui che emerge una distanza profonda tra la proposta sostenuta dall’ANPE e quella che l’APEI porta avanti da anni.

Il ritorno di un modello che la pedagogia aveva già superato

Leggendo la proposta emerge una figura di pedagogista consulente, supervisore, progettista, mediatore, coordinatore metodologico, punto di riferimento dei docenti.

Una figura che, inevitabilmente, rischia di essere percepita come il soggetto chiamato a dire agli insegnanti come dovrebbero svolgere il proprio lavoro.

È un modello che appartiene alla pedagogia istituzionale degli anni Settanta e Ottanta.

È il pedagogista visto come “esperto esterno”, depositario del sapere educativo, incaricato di orientare il lavoro della scuola.

La ricerca pedagogica degli ultimi quarant’anni ha seguito tutt’altra direzione.

Da John Dewey a Jerome Bruner, da Paulo Freire alle più recenti teorie delle comunità professionali di apprendimento, la pedagogia contemporanea ha progressivamente abbandonato il paradigma della supervisione per abbracciare quello della corresponsabilità educativa.

Oggi sappiamo che la qualità della scuola non cresce perché aumenta il numero dei consulenti.

Cresce quando aumentano le relazioni educative significative.

Quando cresce la capacità di lavorare insieme.

Quando le competenze dialogano senza costruire nuove gerarchie.

È questo il motivo per cui tanti insegnanti guardano con diffidenza queste proposte

L’APEI incontra ogni giorno migliaia di docenti.

Molti di loro condividono la necessità di rafforzare la presenza delle professioni pedagogiche.

Ma manifestano una preoccupazione precisa.

Non vogliono sentirsi dire come devono insegnare.

Non vogliono che qualcuno entri nelle scuole per valutare metodologie, controllare pratiche didattiche o esercitare forme di supervisione mascherate da consulenza.

Ed è una preoccupazione comprensibile.

Gli insegnanti italiani non hanno bisogno di un supervisore.

Hanno bisogno di professionisti che condividano con loro il lavoro educativo quotidiano.

È una differenza enorme.

Ed è la ragione per cui l’APEI parla da anni di Unità di Pedagogia Scolastica e non di “Servizio del Pedagogista”.

Una scuola non cambia con un consulente. Cambia con una squadra.

L’errore di fondo della proposta è culturale prima ancora che normativo.

Si continua a pensare che basti inserire una figura altamente specializzata per risolvere problemi che sono sistemici.

Ma la dispersione scolastica, il disagio giovanile, la violenza tra pari, il ritiro sociale, le fragilità relazionali e la povertà educativa non si affrontano attraverso la consulenza.

Si affrontano vivendo quotidianamente la scuola.

Per questo l’APEI propone un modello completamente diverso.

Non un professionista isolato.

Ma una Unità di Pedagogia Scolastica, composta da pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici.

Il pedagogista progetta, coordina, valuta, ricerca.

L’educatore realizza gli interventi educativi, lavora nei gruppi, costruisce laboratori, promuove partecipazione, accompagna gli studenti, sostiene le famiglie e contribuisce quotidianamente alla costruzione del clima educativo.

Sono due professioni autonome.

Sono due professioni di pari dignità.

Sono due professioni che la Legge 55/2024 ha voluto riconoscere insieme.

Separarle significa indebolire entrambe.

Dire che gli educatori operano “in altri contesti” significa non comprendere la scuola di oggi

L’intervista sostiene che gli educatori professionali socio-pedagogici trovino naturale collocazione in “altri contesti”.

È un’affermazione che sorprende.

La scuola contemporanea è il principale contesto educativo del Paese.

È il luogo nel quale si costruiscono relazioni, inclusione, cittadinanza, partecipazione, competenze sociali, educazione emotiva, contrasto alla dispersione e prevenzione del disagio.

Se esiste un luogo nel quale l’educatore professionale socio-pedagogico dovrebbe essere presente stabilmente è proprio la scuola.

Non come supplente del docente.

Non come assistente.

Ma come professionista educativo.

La Legge 55/2024 non istituisce professioni di serie A e professioni di serie B.

Riconosce due professioni autonome e complementari.

Ignorare questa complementarità significa riproporre un modello ormai superato dalla stessa evoluzione normativa.

Il vero rischio non è la pedagogizzazione della scuola

È la burocratizzazione della pedagogia.

Condividiamo l’affermazione secondo cui occorre evitare la psicologizzazione della scuola.

L’APEI sostiene da tempo che lo psicologo debba intervenire prevalentemente nelle situazioni di sofferenza psicologica significativa, nei casi clinicamente rilevanti e nelle emergenze.

La quotidianità scolastica deve rimanere terreno dell’educazione.

Ma proprio per questo non possiamo sostituire una logica specialistica con un’altra.

Se il pedagogista viene pensato prevalentemente come consulente, supervisore o coordinatore metodologico, il rischio è semplicemente quello di trasformare la pedagogia in una nuova burocrazia educativa.

La pedagogia non nasce per controllare.

Nasce per generare contesti nei quali educare diventa possibile.

Il benessere pedagogico è un’altra cosa

Da anni l’APEI propone un concetto che oggi sta entrando nel dibattito nazionale: il benessere pedagogico.

Il benessere pedagogico non consiste nell’intervenire quando compare il disagio.

Consiste nel costruire ogni giorno ambienti educativi capaci di prevenire il disagio.

È la qualità delle relazioni.

È la partecipazione.

È il senso di appartenenza.

È la corresponsabilità educativa.

È il protagonismo degli studenti.

È la collaborazione tra scuola, famiglie e territorio.

È la capacità della scuola di diventare comunità educante.

Questo lavoro non può essere affidato a un singolo professionista.

Richiede un’équipe educativa stabile.

Richiede pedagogisti.

Richiede educatori.

Richiede docenti.

Richiede dirigenti.

Richiede famiglie.

Richiede territorio.

La scuola del XXI secolo non ha bisogno di nuove gerarchie

Ha bisogno di nuove alleanze.

Per questa ragione continuiamo a ritenere che il futuro non sia rappresentato dal “Servizio del Pedagogista”, ma dall’Unità di Pedagogia Scolastica, nella quale pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici lavorano insieme, in modo permanente, accanto ai docenti e ai dirigenti scolastici.

Non sopra di loro.

Non al posto loro.

Con loro.

È questa la differenza tra una visione centrata sulle professioni e una visione centrata sull’educazione.

Ed è questa, oggi, la vera sfida della scuola italiana.

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